La storia di Milena

In occasione del 25 novembre, la Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne, Condiviso aderisce a “Fai tua la sua storia”, l’iniziativa di Legacoop Liguria contro la violenza sulle donne facendo propria la storia di Milena.

Impegnamoci contro la violenza e in favore della memoria.

Condividere, liberare, ricordare.

 

Milena: dieci anni dopo aver deciso di riprendere in mano la sua vita.

Sono passati dieci anni dal giorno in cui ho deciso di riprendere in mano la mia vita, me, i miei sogni. Dieci anni in cui ogni salita è stata accompagnata dalla fatica, dal tentativo di riordinare un passato sbagliato, tutti i falsi ricordi, quei momenti in cui ho creduto nell’amore incondizionato che un padre avrebbe dovuto darmi e che, invece, avevo solo continuato a sperare di ricevere. Ho dovuto fare pace con quella bambina, arrabbiata per tutte le volte che non ho saputo aiutarla, per tutte le volte che avrebbe voluto parlare senza avere voce per farlo. Le ho parlato. Ho cercato di spiegarle che ci sono stata sempre. Che l’ho sempre amata. Che sarà sempre parte di me. Che non la dimentico. Avrei voluto dirle tante volte, prima d’oggi, che sarebbe andato tutto bene senza sentire in bocca il sapore amaro della menzogna. Avrei voluto portarla via, salvarla prima che la vita le raccontasse che il male è orribile e distrugge tutto, che l’amore è falso come i momenti felici. Avrei voluto lasciarle il sorriso che le vedevo in foto, quando ancora il suo papà era l’eroe che l’avrebbe salvata da tutto.

In questi dieci anni, credo mi abbia perdonata e sono sicura di averla convinta che il mondo non è fatto di cartapesta e che il bene esiste. I lividi sul suo corpo sono scomparsi. Quella sensazione di cadere giù, nel nero, è svanita. In questa salita immensa ho perso tante cose che credevo mi appartenessero. La mia famiglia si è spezzata. Quei volti che avevo amato erano ormai estranei. Ma ho scoperto anche che il mondo è ricco di amore. Che ci sarà sempre qualcuno che non ti aspetti pronto a prenderti per mano. Conservo ancora il ricordo chiaro delle parole del mio avvocato, che ringrazio come una cara amica, come una donna eccezionale. Mi aveva detto “ce la puoi fare”. Ho letto quelle parole in ogni suo gesto, in ogni attenzione, in tutto il supporto. E sono qui oggi grazie a lei. Perché mi ha restituito la voce, una voce forte, che hanno ascoltato. Perché lentamente mi ha tolto di dosso tutta l’impotenza che sentivo come un secondo vestito. Perché mi ha ridato la speranza. Oggi posso dire che è finita, che tutto appartiene al passato ed è stato come aprire gli occhi dopo un sogno lunghissimo. Ho quasi paura di svegliarmi. Mi guardo intorno e l’aria sembra più chiara, la respiro a pieni polmoni, leggera, fresca. Nello specchio non vedo più il suo volto, quei lineamenti, ormai, non gli appartengono: sono solo io. Sono io. E c’è ancora tempo. C’è ancora il bene da conservare. Esistono ancora sogni che posso concedermi. Esiste la giustizia.

Mi fermo. Riguardo le parole che ho scritto con un sorriso. Sono ancora capace di farlo e solo per questo la vita rimane qualcosa di meraviglioso. Sono viva. Sono qui. Sono grata. Prendo per mano la piccola Milena, la piccola me. Mi guarda sorridendo anche lei, come in quelle foto, e mi dice grazie. “Ti voglio bene, piccola, ce l’hai fatta alla fine. Sei al sicuro. Sono qui.” In piedi, di fronte il mondo che ci aspetta, camminiamo, senza dimenticare nulla ma scegliendo di ricordare quell’amore che abbiamo saputo proteggere, che ci rende e mi rende oggi quella che sono. Coraggio. Forza. Speranza. Donna.

Milena.

Cristiano Ghirlanda

Cristiano, cosa vuol dire essere l’Art Director di Condiviso?

Significa innanzitutto aver contribuito alla costruzione di un progetto a partire dalla sua nascita, con tutta la libertà che questo ti lascia e con tutti i rischi ai quali l’eccessiva libertà ti espone: la proverbiale paura del foglio bianco. Si è trattato di costruire l’immagine di chi, come Condiviso, la creazione dell’immagine la vende, e la storia del ciabattino con le scarpe rotte non ha mai funzionato veramente, infatti i ciabattini non esistono più.

Dunque, dividerei in due fasi il lavoro fatto: una prima parte che riguarda la creazione del brand, costituita inizialmente da una fase di studio e di ricerca di key history, fase nel quale un Art Director ha la responsabilità di trasformare un progetto di marketing e comunicazione in qualcosa di visibile sempre e ovunque, in principio attraverso una ricerca dei competitor, poi con la realizzazione di alcune visual identity di prova e, infine, con un lavoro di verifica della correttezza dell’immagine creata. Naming, logo, colori, font e grafica devono essere chiari, leggibili e riconoscibili in ogni strumento di comunicazione, dal social network al catalogo, dal sito web all’advertising. La seconda parte consiste in una sorta di lavoro militaresco: si deve tenere la barra dritta e seguire ostinatamente il progetto d’immagine costruito, altrimenti le cose non funzionano. Ovviamente il tempo cambia le cose e di conseguenza ci sono adeguamenti o scelte da fare, ma se un progetto è buono significa che è stato pensato previdentemente e alcuni passaggi programmati con largo anticipo. Una visual identity ben pensata perdura nel tempo almeno 5 o 10 anni, poi, forse, si può pensare ad un restyling.

Questo è il biglietto da visita di Condiviso: il lavoro che facciamo per noi lo facciamo anche per i nostri clienti, con le stesse regole e la stessa passione.

 

Puoi spiegare cos’è la visual identity e perché è così importante per un’impresa?

No, spiegarlo sarebbe tautologico. Si possono però fare degli esempi: se nel mio curriculum scrivessi che sono meccanico, clown, art director, istruttore di acquagym e promotore finanziario, tranne in rari e fortunati casi, metterei a disagio un responsabile delle risorse umane che vuole velocemente capire se sono il candidato che fa per lui e, a proposito di tautologia, è proprio la frase “tranne in rari casi” la più significativa, perché non si può pensare alla fortuna.

L’immagine di un’azienda permette in pochi secondi di dire ad una moltitudine la cosa più importante. È necessario programmare una comunicazione efficace, semplice, diretta e sempre riconoscibile che rimanga in testa: ogni volta che un’azienda si mostra, ogni volta che parla e che comunica deve mostrare la stessa immagine, altrimenti la perdiamo. Non mi piacciono i paragoni calcistici ma è come se una squadra entrasse in campo e ogni giocatore indossasse una maglietta di colore diverso. Non discuto sul fatto che potrebbe essere esteticamente molto bello, ma oggettivamente non si potrebbe giocare.

L’identità visiva, in buona sostanza, è questo: quell’insieme di forme e colori che comunicano chi sei prima ancora di incontrarti. Le persone che conosciamo le identifichiamo da lontano, per il loro incedere, per la loro struttura o per il modo di vestire, e le riconosciamo quando ci arrivano alle spalle perché ricordiamo il loro passo o il loro profumo. Queste sono cose naturali ma quando si comunica bisogna ricrearle artificialmente e rafforzale quanto più possibile, ne va dell’efficacia e della capacita della propria attività, qualunque essa sia: un prodotto o un servizio.

 

Quando un cliente ti chiede un nuovo logo per il suo brand, da dove prendi l’ispirazione? Come nasce l’idea per la sua realizzazione?

Dunque, è importante intendersi su una cosa: un creativo non è un artista e non è un esteta. La questione non è fare una cosa bella o brutta, ma bensì fare la cosa giusta. Il packaging di un prodotto, ad esempio, dice quasi tutto del suo posizionamento. Se la confezione è bella significa che è costoso, se è brutta significa che è economico (banalizzando). Di conseguenza, se il logo di un’impresa deve esprimere il posizionamento del proprio prodotto o della propria attività, non deve per forza essere bello, ma deve essere coerente, altrimenti esprime falsità sul proprio conto creando un problema etico ancor prima di un errore commerciale.

In ogni caso applico una prassi molto metodica. La prima cosa da fare è guardarsi attorno, che nel mio lavoro significa fare un’attività di ricerca su realtà simili, per cercare fonti d’ispirazione da cui “copiare”. Ovviamente non si replica mai nulla, ma l’ispirazione si cerca e si trova tra le cose intorno a noi, non seduti al buio circondati dal nulla. Significa andare in libreria, cercare su portali di riferimento (Pinterest ad esempio) per poi fare un lavoro con i propri colleghi, in modo da osservare il progetto da angolazioni diverse. Ogni lavoro al mondo è un lavoro di squadra che prende il via da ciò che già esiste. Il passo successivo prevede il lavoro creativo, fase in cui la sensibilità personale e le proprie capacità interpretative diventano soggettive. Infatti ogni professionista ha poi il suo carattere riconoscibile. Personalmente preferisco la costruzione di loghi le cui forme e i cui colori abbiano sempre una funzione e rispondano sempre alla domanda: “ma perché è fatto così?” Credo che questa sia la condizione per fare un lavoro giusto che rispetti la natura del cliente, il suo passato, i suoi obiettivi e che sia in grado di esprimere il valore da comunicare.

Ci è capitato di disegnare loghi per molte categorie diverse: culturali e sociali, alimentari, legate al mondo del lusso o dei servizi. In ognuno di questi casi il progetto è profondamente diverso ma il metodo è lo stesso. Ci sono poi un po’ di regole che, in quanto tali, sono fatte per essere disattese, ma che comunque dettano il gioco. Ad esempio i colori e le forme: l’azzurro è sinonimo di professionalità e competenza, il rosso è allarme, il verde è tranquillità, le forme arrotondate avvolgono, quelle spigolose sono dinamiche. Insomma, basta guardare i segnali stradali, il cui linguaggio è basico ma universale, per capire le funzioni base di ogni espressione visiva. È necessario lavorarci su e confrontarsi con il cliente per costruire proposte e definire un prototipo definitivo.

 

Per svolgere il tuo lavoro quali programmi utilizzi e quali sono le loro funzionalità?

Dipende. Personalmente il percorso che faccio è il seguente: prima di tutto sfoglio libri di settore o cerco online (ammetto che da ormai 15 anni la seconda opzione è di gran lunga la più gettonata) per sviluppare delle idee, poi ne parlo e mi confronto con i colleghi e, infine ma non per ultimo, inizio sempre il lavoro creativo con un foglio di carta e una penna a sfera. Gioco, disegno e cancello. Arrivato a questo punto perfeziono l’idea con i programmi classici del mestiere quali Illustrator, Photoshop, InDesign, After Effects, Premiere o XD, a seconda del progetto e del lavoro da svolgere. È già chiaro oggi che in un futuro breve ci saranno altri strumenti che agevoleranno di molto questo mestiere, ma non ho nessuna nostalgia del passato. La storia è così fatta: una volta per fare un’opera d’arte un’artista doveva avere anche nozioni di chimica per poter rompere, schiacciare e mischiare elementi per creare un colore bello e resistente partendo da pietre o terre. Poi sono arrivati i tubetti della Maimeri e, boom!, gli artisti hanno guadagnato un sacco di tempo che prima utilizzavano per imparare la chimica. Credo che l’innovazione sollevi dal dover perdere tempo nella specializzazione tecnica e aumenti il tempo a nostra disposizione per pensare. Secondo me è un bene, certo, dipende da cosa si pensa…

 

Torniamo indietro nel tempo, quali sono stati i progetti più importanti ai quali hai lavorato?

Nel particolare, a questa domanda non saprei proprio rispondere. Direi però che i progetti che preferisco sono quelli dove è possibile intervenire nella cura di tutti gli elementi della visual identity di un’azienda, sia perché è interessante per un creativo misurarsi con un’attività completa, sia perché anche il cliente ne vede i risultati.

 

Quale parte del tuo lavoro ti appassiona di più?

Mi piace disegnare. Qualsiasi cosa: un logo, un’illustrazione, la grafica di un libro o la grafica web. Mi piace farlo con qualsiasi cosa: una penna, un tablet, una penna grafica o un algoritmo, non mi importa. La parte più bella del lavoro è avere l’idea. Quando arriva è esaltante, anche se poi non ci cambi il mondo, ma è comunque bello crederci.

L’oceano dei big data – in questo caso i contenuti pubblicati su web, social e press intorno al concetto di “comunità” – appare in questi ultimi tempi a tratti burrascoso. Primeggiano – per quantità di menzioni e viralità – nell’ordine la comunità internazionale, le comunità energetiche e la comunità europea.

Tra paure e sogni, distruzione e transizione, bombe e diritti umani, le emozioni negative nelle ultime settimane si impongono su quelle positive. Nel caso della comunità internazionale, il sentiment negativo raggiunge quasi il 90% dei contenuti tra i quali, ovviamente, primeggiano la guerra in Ucraina, il rischio nucleare e il referendum farsa (vedi immagine 1 – Top Themes sulle “comunità” più menzionate). Anche la comunità europea – tra diplomazia, covid e crisi energetica – alle prese con il sentiment non sta troppo bene: il 53,7% dei contenuti che la riguardano sono catalogati come negativi (vedi Immagine 2 – Sentiment). Se la cavano molto meglio le comunità energetiche che, tra fonti rinnovabili ed economia circolare, sono citate all’interno di articoli, news o post sui social, contenenti commenti, opinioni o osservazioni più incoraggianti.

Immagine 1 – Gli argomenti più citati in relazione ai contenuti riguardanti la comunità internazionale (blu), la comunità europea (fucsia), le comunità energetiche (verde).

Immagine 2 – La distribuzione del sentiment (negativo in rosso e positivo in verde) sulle tre tematiche.

Tra i fattori di attenzione, risulta anche un minore interesse rispetto alle “comunità virtuali” – oggetto di approfondimento dei mesi passati con una discreta considerazione su ogni tipo di media – oggi, almeno in Italia e in italiano, ricoprono davvero uno spazio minimale della comunicazione intorno al tema delle comunità. In contraddizione rispetto all’estero, dove le “virtual communities” mantengono un loro peso e anche un loro afflato di futuro se messe in relazione con metaverso e intelligenza artificiale (oggi davvero al centro dell’attenzione, vedi immagine 3).

Immagine 3 – Wordcloud in lingua inglese su virtual communities, metaverse e artificial intelligence.

Quando la confusione è tanta e la corrente marina è forte, è grazie ai segnali deboli che possiamo ritrovare la nostra rotta. Si chiamano deboli perché sono emanati a “più basso volume”, non riempiono le piazze (né reali né virtuali), si tratta di scambi in apparenza minori o secondari. È proprio inseguendo uno di questi  che scopriamo le “comunità pensanti”, un esercizio di cittadinanza attiva, che ci porta ancora un po’ più avanti nel nostro viaggio – guarda un po’ il divertimento – a parlare di buon cibo e di buona scuola.

A tavola ci porta Carlin Petrini che ha appena pubblicato “Il chilometro consapevole”. “La consapevolezza – spiega Petrini – è un potente esercizio di cittadinanza attiva e di emancipazione. Essere consapevoli permette di andare oltre a indicatori di qualità “oggettivi”, come possono essere il biologico, il chilometro zero, le denominazioni di origine. Essere consapevoli consente di creare una scala di valori che vanno a definire ciò che per ognuno di noi è un cibo buono, pulito e giusto: un cibo veramente di qualità”. Sulle prospettive future, per Petrini “l’importante sarà non smarrirsi nell’innovazione, e per evitarlo, parafrasando un proverbio africano, dovremo sempre ricordarci da dove siamo venuti, quali siano le nostre radici e le nostre tradizioni”.

Quale luogo ideale, se non la scuola, per ragionare di radici e identità? La scuola è, per antonomasia, “comunità”. Luogo dove le persone crescono, definiscono la loro identità – individuale e collettiva, mettono radici. Oggi, in Italia, circa il 10% della popolazione scolastica è di origine straniera, ci ha ricordato qualche settimana fa Sergio Mattarella nel discorso di inaugurazione dell’anno scolastico. “Dagli insegnamenti e dall’accoglienza che riceveranno a scuola dipenderà largamente la qualità della loro integrazione nel tessuto sociale” ha detto il nostro Presidente che aggiunge “integrare vuol dire fare delle differenze una reciproca ricchezza”.

A scuola ci porta anche l’architetto Boeri che ha presentato di recente il primo prototipo di “aula del futuro”, uno spazio multifunzionale, sicuro, tecnologico ed ecosostenibile. “L’aula del futuro è un’aula a geometria variabile, pensata per poter ospitare non solo diversi formati di insegnamento ma anche diverse attività di laboratorio e ludiche, dalla danza allo sport, dalla musica ai lavori di gruppo”. Nella scuola di Boeri, gli arredi sono pensati in modo tale da essere totalmente accorpati all’interno degli armadi, capaci di ‘assorbire’ sedie, banchi e cattedra. Insomma, uno spazio dinamico che cambia in base all’uso e dove le variazioni possono essere gestite direttamente dagli studenti e dagli insegnanti.

Scuola del futuro, comunità virtuali, comunità pensanti, comunità attive: un bel pensiero, un bel progetto, una buona rotta per terre di conoscenza ancora da scoprire e per comunità fluide ancora da immaginare. Già un metaverso per alcuni.

Questo articolo è stato pubblicato sul blog 6MEMES di MapsGroup.

Garanzia Giovani

In collaborazione con il Settore Politiche del Lavoro e Centri per l’Impiego della Regione Liguria, nell’ambito della “unconventional campaign” rivolta a giovani liguri under 30, organizziamo l’evento “Garanzia Giovani: una mappa per trovare la tua strada”. L’occasione per incontrarsi, ritrovarsi insieme e riconoscere le nostre vite come straordinarie.

Lo facciamo attraverso un incontro informale al quale partecipano testimonial, influencer e giovani startupper. I testimonial sono ragazzi liguri che hanno aderito a Garanzia Giovani e stanno facendo alcuni dei percorsi previsti – tirocinio, formazione professionale, orientamento o supporto all’imprenditorialità. Per la campagna promozionale sono state coinvolte le tiktokers Martina Pavan e Martina Croxatto che saranno presenti in Sala Trasparenza a Genova. L’evento si chiude con tre interventi ispirazionali di giovani che raccontano le loro esperienze in diversi ambiti: entertainment, sostenibilità, food.

Ti aspettiamo giovedì 3 novembre alle ore 17,30 in Sala Trasparenza di Regione Liguria, piazza De Ferrari 1, a Genova.

 

🤸 Hai meno di 30 anni e stai cercando la tua strada? Cerchi lavoro oppure un percorso di formazione adatto a te? Hai una idea d’impresa e non sai come muoverti?

🏛️Regione Liguria ti aiuta con i servizi di #GaranziaGiovani

🕠Ti aspettiamo – con testimonial ed esperienze liguri, pitch ispirazionali e influencer – giovedì 3 novembre alle ore 17,30 in sala Trasparenza di Regione Liguria, piazza De Ferrari 1, a Genova.

🚀L’evento sarà anche in diretta streaming sul canale Instagram di Regione Liguria.

#garanziagiovani #lamialiguria

Una mappa per trovare la tua strada, clicca qui!

intelligenza artificiale

Giovedì 10 novembre 2022 ore 17:00 

Condiviso, Calata Andalò di Negro, 16 – Genova 

 

AI: L’INTELLIGENZA ALL’EPOCA DELLA SUA RIPRODUCIBILITÀ

Le nuove sfide dell’intelligenza artificiale nell’arte, nelle professioni e nella scienza

 

A cinque anni dalla comparsa dei deepfake, la scena dei media generativi è ormai popolata da una famiglia di software in grado di produrre immagini che agli occhi degli esseri umani risultano indistinguibili da fotografie e video.

Viene quindi da chiedersi, quali sono le sfide poste da questa tecnologia alla morale visuale? È possibile limitare le capacità immaginative dei software attraverso misure di censura preventiva? Oppure, di fronte allo sviluppo dell’AI, dobbiamo prepararci a modificare alcuni assunti etici fondamentali che tuttora guidano la nostra relazione con le immagini?

Si evince da qui la necessità di affrontare un ragionamento sulle rappresentazioni mediatiche di questa nuova tecnologia nonché sulle paure associate prendendo in esame alcuni esempi già operativi e il loro ruolo nel “filtrare” il flusso di informazioni con le quali costruiamo la nostra immagine del mondo.

Il nostro incontro annuale affronterà il percorso evolutivo che la creatività e l’immagine hanno vissuto con l’arrivo dei nuovi sviluppi tecnologici nel campo dell’intelligenza artificiale senza dimenticare di approfondire lo stato della ricerca oggi.

Vi aspettiamo in Condiviso giovedì 10 novembre 2022 a partire dalle ore 17:00 per affrontare insieme agli ospiti e ai relatori questo tema così attuale quanto discusso.

Di seguito il programma dell’evento:

Giacomo Mercuriali – L’era dei deepfakes. Verso una riconfigurazione tecnica del figurabile?

A cinque anni dalla comparsa dei deepfake, la scena dei media generativi è ormai popolata da una famiglia di software in grado di produrre immagini che agli occhi degli esseri umani risultano indistinguibili da fotografie e video. Quali sono le sfide poste da questa tecnologia alla morale visuale? È possibile limitare le capacità immaginative dei software attraverso misure di censura preventiva? Oppure, di fronte allo sviluppo dell’AI, dobbiamo prepararci a modificare alcuni assunti etici fondamentali che tuttora guidano la nostra relazione con le immagini?

Laureato in Storia e critica dell’arte presso l’Università Statale di Milano, ha seguito il corso di Dottorato in Filosofia e Scienze dell’Uomo presso il medesimo ateneo. Insegna Teoria della Percezione e Psicologia della Forma presso l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia e Semiotica delle Arti Visive presso l’Accademia ACME di Milano. Si occupa di cultura visuale e iconologia.

Simone Santilli – The Human Touch

Ragiona sulle rappresentazioni mediatiche della AI e sulle paure associate. Poi prende in esame alcuni esempi di AI già operativi e il loro ruolo nel “filtrare” il flusso di informazioni con le quali costruiamo la nostra immagine del mondo.

Artista visivo, docente presso NABA e IED e course leader del triennio di arti visive di MADE Program. La sua ricerca si concentra sulla cultura visiva con particolare attenzione alle modalità con cui le immagini circolano, sono fruite e influiscono sulla nostra percezione del mondo.

Chiara Bartolozzi – Robotica e sviluppo sostenibile

L’intelligenza artificiale, grazie all’uso di piattaforme di calcolo molto potenti, ottiene risultati impensabili fino a pochi anni fa. I campi di applicazione sono molteplici e in continua espansione, soprattutto nello sviluppo di sistemi artificiali in grado di coesistere e collaborare con le persone quotidianamente. Rifletteremo insieme su cosa l’intelligenza artificiale possa portare nei vari campi della robotica e di come l’intelligenza artificiale debba evolversi per supportare lo sviluppo di tecnologie utili alla società in modo sostenibile.

Ricercatrice presso l’Istituto Italiano di Tecnologia, è a capo del gruppo Event-Driven Perception for Robotics, con l’obiettivo di applicare l’approccio ingegneristico “neuromorfo” alla progettazione di piattaforme robotiche come tecnologia abilitante verso la progettazione di macchine autonome. 

Tavola rotonda – Dialogo con il moderatore 

Modera l’incontro: Giuliano Greco, IIT, head of communication and external relations

L’evento è gratuito e si tiene in presenza presso la sede di Condiviso.

Di seguito il link per la prenotazione https://www.eventbrite.it/e/445896527517

Per maggiori informazioni scrivere a info@condiviso.coop

Silvia Badalotti

Silvia, mi racconti il tuo lavoro in Condiviso? 

Sono socia fondatrice di Condiviso dove mi occupo in generale di immagini e foto editing. Diciamo che tutto il lavoro di Condiviso che riguarda l’immagine passa attraverso il mio benestare e quindi potrei definirmi la Responsabile delle immagini. Svolgo anche attività di formazione in ambito fotografico e realizzo video e servizi fotografici per i nostri clienti. 

 

Quanto lavoro c’è dietro alla realizzazione di un’immagine? 

Dipende da tanti fattori, in primis dalla tipologia di immagine da realizzare. Più che una questione di tempo lavorativo necessario alla realizzazione di un servizio fotografico o di un’immagine quello che ci sta dietro è la conoscenza, ovvero quello che ti permette di portare a termine il lavoro in maniera soddisfacente. Una cultura dell’immagine come bagaglio personale e come background è necessaria come lo è essere recettivi alle tendenze perché anche nella cultura visiva esistono delle mode e delle icone visive che identificano degli spazi temporali, vedi gli anni ’80 o’90, sono tutte mode che poi ritornano. La composizione di un’immagine può occupare anche pochissimo tempo ma quello che conta è il proprio background, non è una questione di tempo ma di forma.

 

Un’immagine deve essere post prodotta, giusto? Che tipo di interventi fai e con che programmi? 

Esatto! Fondamentalmente utilizzo Photoshop ma dipende sempre dal servizio che si realizza. Se si tratta di un servizio commerciale cerco di fare il più possibile sul set e ritoccare il meno possibile l’immagine ricorrendo solo ad un ritocco di pulizia e di correzione colore, la così detta color correction. Per quanto riguarda i lavori e i progetti artistici il ritocco e la post produzione costituiscono l’80% del lavoro e quindi della produzione della fotografia.

 

Spiegami, che cos’è lo still life? 

Tecnicamente e letteralmente vuol dire natura morta. È un concetto che si rifà sicuramente alla pittura, infatti uno dei primi fautori dello “still life” può essere considerato proprio Caravaggio. Nel passaggio dalla pittura alla fotografia il termine è rimasto vivo nel tempo ed utilizzato per differenziare i fotografi di moda e di persone da quelli di oggetti. Io sono fotografa di still life e attraverso l’utilizzo della luce cerco di fare quello che facevano i pittori, dare forma e significato agli oggetti che fotografo valorizzandoli ed esaltandoli proprio attraverso l’utilizzo della luce.

 

Come si è evoluto il tuo lavoro negli anni? 

Si è evoluto tantissimo! Io ho iniziato nel ‘95 utilizzando la pellicola fotografica e il banco ottico e quando i tempi di lavorazione erano lentissimi, sia quelli di preparazione del set che di metodologia di scatto che prevedevano appunto l’uso delle pellicole e delle lastre 10×12 che si montavano sul banco ottico.

I tempi erano lunghi anche per poter vedere il risultato finale del proprio lavoro sul set fotografico. Passavano anche 24 ore prima che il laboratorio ti facesse vedere le foto sviluppate. Ovviamente non esistevano PC, Photoshop e post produzione, ho quindi vissuto il passaggio completo dall’analogico al digitale.

Sono sempre in cerca di nuove sperimentazioni che tengano viva la mia creatività, proprio per questo nell’ultimo periodo ho iniziato a lavorare con l’intelligenza artificiale, sperimentando così una nuova forma di metodologia lavorativa che passa attraverso la scrittura. Si perché funziona così: esistono delle applicazioni, dei software, che generano delle immagini realistiche partendo e basandosi su una descrizione testuale. Il collegamento tra semantica testuale e la sua rappresentazione visiva è possibile grazie al sistema di “learning image”. Su un centinaio di milioni di immagini e relative didascalie, il sistema riesce a capire quando un determinato frammento di testo si riferisce ad un’immagine.

In questo momento sto sperimentando due database, uno è Midjourney e l’altro è DALL-E. È molto stimolante sperimentare ma devo ancora capire in che modo poter utilizzare queste nuove tecnologie a livello lavorativo e se ci sarà la possibilità di farlo.

È sicuramente un argomento caldo visto che ne stanno parlando un po’ tutti, anche in ambito artistico, proprio come è avvenuto durante l’ultima edizione del TEDx a Genova dove ho avuto la possibilità di sperimentare l’AI realizzando in diretta delle immagini attraverso delle parole chiave individuate proprio durante i talk dell’evento stesso.

 

Una curiosità, com’è nata la tua passione per la fotografia? 

Più che una passione per la fotografia la mia è stata un’esigenza perché è stato per me l’unico modo di potermi esprimere sin da bambina. La passione è stata una conseguenza dell’esigenza e successivamente è diventata anche un lavoro. 

 

Qual è stato il progetto più importante o che ti è piaciuto di più al quale hai lavorato? E quello che avresti voluto o vorresti realizzare? 

Non c’è un progetto che mi è piaciuto di più. Ogni progetto che inizio mi piace sempre perché per me è un piacere fotografare e fare questo lavoro. Il più importante è stata la lunga collaborazione che ho avuto con la Fondazione Cartier di Parigi che mi ha dato la possibilità di esprimere al massimo la mia creatività attraverso la loro rivista Cartier Art.

 

Dammi una risposta diretta: foto a colori o in bianco e nero? 

Pur producendo al 90% foto a clori prediligo il bianco e nero perché ti permette di concentrarti di più sull’emozione che il progetto vuole trasmettere e sei meno distratto dai colori. Il focus è sull’emozione più che sulla realizzazione dell’immagine. Questa mia passione per il bianco nero posso applicarla nella realizzazione dei video artistici dove ho per fortuna la possibilità di scegliere.

 

Lavoro realizzato per TEDx Genova 2022

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Rolli Lab

Venerdì 14 ottobre 2022 alle ore 18:00 si svolgerà presso il Salone di Rappresentanza di Palazzo Tursi l’evento dedicato alla scoperta dei follow up dei progetti dei vincitori della call fo ideas “Rolli Lab” e le nuove sfide dell’ufficio UNESCO di Genova.

Spreetz Stories racconterà del primo podcast Cyberpunk sul centro storico genovese “Acca – La Serie” e quello del Marchese di Palazzo Rosso, MadLab 2.0. porterà il loro plastico del sestiere delle Maddalena e il robot “Pepper” che dialogherà con il moderatore e il pubblico, Artys, Modus e Nicoletta Bevilacqua mostreranno il loro servizio innovativo per il monitoraggio e la conservazione delle facciate dei Palazzi dei Rolli, Laura Lastrico presenterà come si può vivere il Centro Storico attraverso l’esperienza “Caccia e Vinci”, un nuovo format narrativo della città alla portata di tutti, dai più piccoli agli adulti e Federica Cedro del Comune di Genova presenterà il progetto “Il Patrimonio dei Palazzi dei Rolli tra radici culturali e nuove sfide di fruibilità innovative” che riguarda misure speciali di tutela e fruibilità dei Palazzi progettando nuove azioni di promozione del Sito con focus puntuale sui sistemi atrio-scala, sui cortili interni e sui loggiati.

Ci saremo anche noi per presentare il nuovo sito web del Sito Patrimoniale UNESCO Genova “Genova: le Strade Nuove e i palazzi dei Rolli” che abbiamo realizzato in collaborazione con Maps Group.

Di seguito il programma dell’evento:

Modera: Giacomo Montanari, Curatore Scientifico Rolli Days Università di Genova

Saluti introduttivi: Maria Pianigiani, Ufficio UNESCO, Ministero della Cultura

Innovazione e cultura: le nuove sfide dell’Ufficio UNESCO di Genova:

  • Cristiano Ghirlanda, Condiviso Agenzia di Comunicazione, Web Agency, Coworking

Presentazione nuovo sito internet UNESCO Genova link

  • Federica Cedro, Comune di Genova: Presentazione nuovo progetto

“Il Patrimonio Dei Palazzi Dei Rolli Tra Radici Culturali e Nuove Sfide di Fruibilità Innovative”

Il Follow Up di Rolli Lab:

  • Ivano La Rosa, Ares Mozzi, Marzia Gallo Spreetz

STORIAMA, Presentazione della prima serie di fantascienza a Genova “Acca – LA Serie”

  • Laura Lastrico

Gratta per scoprire Genova, l’esperienza “Caccia e vinci”

  • Nicoletta Bevilacqua

Progetto InHeritage “Piattaforma integrata per il monitoraggio e la conservazione del Patrimonio storico” in                collaborazione con Artys e Modus

  • MadLab 2.0

Elena Parodi “QRolli”

Alla fine dell’evento sarà offerto un aperitivo nel loggiato di Palazzo Tursi.

Link utili https://www.rolliestradenuove.it/eventi/unesco-2/

corso vendita dolce

In Condiviso ospitiamo sempre con piacere esperienze di formazione. Questa volta vi proponiamo il corso di formazione “La vendita dolce” progettato e realizzato dai nostri partner di crescITA, azienda specializzata nel coaching e nella formazione manageriale.

Il corso è rivolto a tutte quelle realtà che hanno a che fare con la vendita, sia per chi svolge un’attività commerciale, sia per chi, come libero professionista o imprenditore, è chiamato ogni giorno ad affrontare la sfida di portare il proprio prodotto o servizio sul mercato.

Spesso le trattative si prolungano nel tempo, a volte sono necessari diversi incontri prima di concludere la vendita, ogni volta capita di raccogliere esigenze o bisogni diversi e le obiezioni possono far bloccare emotivamente sia il venditore che il cliente.

Si genera un prolungamento delle trattative e una bassa percentuale di chiusure perché si continua a tenere aperta la vendita senza giungere alla fine (sia essa un sì o un no da parte del cliente).

Il Corso Vendita Dolce è un’esperienza formativa fortemente impattante. Si sperimenterà un processo di vendita scientifico attraverso le 6 fasi fondamentali della trattativa, inoltre insieme ai contenuti teorici sono previste molte esercitazioni pratiche. Il valore aggiunto è il feedback immediato del formatore e del confronto diretto con gli altri partecipanti al corso.

Grazie alle conoscenze, agli strumenti, al metodo e alle competenze acquisite con questo corso, sarai capace di:

✔ Fare domande di qualità per raccogliere informazioni autentiche;

Condurre professionalmente ed efficacemente qualsiasi trattativa, guidando il cliente e utilizzando un metodo di successo;

“Chiudere” più vendite in maniera più efficiente, con meno incontri e gestendo al meglio le obiezioni;

✔ Alzare i tuoi standard, i tuoi obiettivi, i tuoi risultati e fatturare di più!

Il Corso Vendita Dolce è strutturato in 3 giornate, 27 e 28 ottobre e 24 novembre, dalle ore 9:00 alle 17:00 con le dovute pause caffè e pranzo, e si svolgerà in Condiviso (in Calata Andalò di Negro 16, presso la vecchia Darsena di Genova):

Giorno 1 – Elementi di base di teoria della Vendita

Le fasi della vendita, parte 1: Conquista la fiducia del cliente ed esegui l’indagine dei bisogni. Strumenti base di Comunicazione con approfondimenti su quali sono e come fare domande di qualità.

Giorno 2 – Le altre fasi della vendita

La stimolazione, presentazione offerta, superamento obiezioni, chiusura.

Giorno 3

Esercitazioni pratiche dei partecipanti attraverso role playing e feedback di qualità Introduzione alle statistiche.

Per info e prenotazioni scrivere a info@condiviso.coop

Coop.Ge

Il percorso di una cooperativa fortemente ancorata alla sua storia e ai suoi valori, capace al tempo stesso di innovare, crescere e guardare al futuro. 

Fondata nel 1976 per iniziativa di 9 lavoratori che decisero di rispondere alle esigenze del mercato creando una realtà cooperativa dedicata allo svolgimento di servizi di pulizia, oggi Coop.Ge conta oltre 900 soci lavoratori e festeggia i suoi 45 anni di attività mantenendo saldi i propri valori e guardando al futuro con spirito di innovazione e tanta voglia di crescere.

Oggi la cooperativa compie un ulteriore balzo in avanti grazie alla fusione per incorporazione con la cooperativa Tiemme – nata a Genova nel 2002 e specializzata in servizi di logistica. Una fusione che viene da lontano, le due cooperative collaborano insieme da anni e partecipano al consorzio Abaco insieme. “Una fusione che – nelle parole del neopresidente Alessandro Testa – non è una semplice somma tra due cooperative esistenti ma si prefigge di generare un effetto moltiplicativo con l’obiettivo di passare dagli attuali 23 milioni di euro di fatturato aggregato nel 2021 a 30 milioni nel 2023 e una posizione di leadership sul mercato, grazie ad una sempre maggiore sinergia tra i servizi di movimentazione e logistica, pulizie e facility management”.

“La cooperativa è stata in grado di crescere, anno dopo anno, grazie alla tenacia e all’impegno di tutti, sempre facendo un passo dopo l’altro. Il segreto è stata la grande collaborazione da parte delle persone che sono venute a lavorare con noi. Ci siamo tutti impegnati per andare avanti insieme – sostengono i fondatori Marco Testino, Giampietro D’Agostin, e Bruno Chiappini – perché non si cresce mai da soli. Oggi Coop.Ge rappresenta una delle realtà più importanti in Liguria per i servizi di facility management e logistica”.

In occasione dei 45 anni di attività e della fusione per incorporazione con Tiemme, Coop.Ge ha organizzato un evento privato – lunedì 19 settembre presso Villa Lo Zerbino, a Genova – che è diventato anche l’occasione per approfondire i temi della crescita e del posizionamento sul mercato. Alla tavola rotonda, hanno partecipato: Maurizio Conte, professore di economia politica dell’Università di Genova; Dora Iacobelli, direttrice di Coop Fond, il fondo mutualistico di Legacoop; Mattia Rossi, presidente di Legacoop Liguria e Alessandro Testa nuovo presidente di Coop.Ge. L’evento ha visto la partecipazione dell’Assessore allo sviluppo economico della Regione Liguria Andrea Benveduti.

È stato per noi un piacere supportare Coop.Ge in questo nuovo percorso di comunicazione attraverso i nostri servizi di consulenza nell’ambito dello sviluppo web, logo e immagine coordinata ed eventi corporate. Per la Cooperativa abbiamo realizzato il logo nuovo, essenziale e moderno che riprende dal precedente il concetto di sfera e unisce i cromatismi di Coop.Ge e Tiemme, la nuova immagine coordinata in grado di comunicarne i valori fondamentali e il nuovo sito web dalle linee essenziali e con immagini e foto proprie della Cooperativa che ritraggono i soci e i dipendenti, forza in essere di Coop.Ge.

Abbiamo anche partecipato all’organizzazione dell’evento corporate dedicato al festeggiamento dei 45 anni di attività di Coop.Ge e alla presentazione della nuova immagine coordinata e del nuovo sito web. Durante l’evento sono stati proiettati i video corporate da noi realizzati. Un’occasione importante per presentare l’azienda di oggi che prima non c’era, la nuova Coop.Ge.

il biscione

Condiviso ha curato l’immagine coordinata, lo sviluppo del sito web ed è stato di supporto nel restyling della comunicazione della Cooperativa sociale Il Biscione.

La Cooperativa Il Biscione è attiva sul territorio genovese e ligure dal 1981 e si occupa di progettazione, creazione e gestione di servizi rivolti alle persone. Il Biscione si riconosce nei valori della cooperazione sociale ed esprime attraverso i suoi innumerevoli servizi di solidarietà, mutualità e partecipazione.

Ci siamo occupati della creazione dell’immagine coordinata, ovvero di tutti quegli elementi grafico-visivi che comunicano, in modo armonioso e coerente, la Cooperativa e il suo lavoro.

In particolare, per questo progetto abbiamo prestato attenzione a creare un’immagine coordinata che fosse unica e chiara ma anche declinabile nei vari progetti e servizi di cui si occupa il Biscione. Per esempio, per il restyling del logo si è scelto di utilizzare una grafica multicolore, in modo che ogni colore fosse poi associato ad un singolo servizio.

La realizzazione e lo sviluppo del sito web dal punto di vista grafico hanno seguito coerentemente l’impostazione grafica generale, puntando sui colori, sull’immediatezza del messaggio e sulla scelta di fotografie – appositamente realizzate – che fossero in linea con lo spirito e i valori della Cooperativa. La progettazione del sito web e conseguentemente il suo sviluppo sono stati poi l’occasione per impostare la presentazione delle attività e dei servizi della Cooperativa e rafforzarne la presenza digitale attraverso la pubblicazione delle News e dei Progetti che il Biscione porta avanti.

Podcastory

Il sistema cooperativo di Legacoop Liguria  e il Fondo Mutualistico Nazionale CoopFond  promuovono e sostengono, in collaborazione con Regione Liguria e con il patrocinio dell’Ufficio Scolastico Regionale Liguria, il progetto “La nostra Liguria, il nostro futuro”, un contest di Podcastory che vuole raccogliere le migliori storie ed emozioni sul nostro territorio, la nostra regione, dal mare all’entroterra.

Ma cos’è Podcastory?

Fondata nel 2019 a Milano, è la prima vera podcast factory italiana, un luogo dove le storie più belle ed emozionanti prendono vita per essere raccontate e ascoltate.

Entro il 18 novembre 2022 gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado della Liguria che abbiano compiuti i 16 anni, in gruppi di 3-5 ragazzi, potranno inviare i loro elaborati, tramite specifico form, per avere la possibilità di vedere trasformate le loro emozioni scritte in un podcast corale manifesto delle scuole liguri.

Si parlerà di futuro attraverso la natura (mare e territorio) o il mondo del lavoro (professioni STEAM), tematiche che dovranno essere trattate dai partecipanti nelle loro poesie brevi e frasi d’impatto dal taglio emozionale.

Tutti gli elaborati saranno giudicati da una giuria tecnica, composta da due membri di Podcastory, e da una giuria di qualità composta da due rappresentanti di Legacoop Liguria, il cui presidente sarà Mattia Rossi, presidente di Legacoop Liguria.

I contenuti vincenti scelti dalla giuria saranno 12 e verranno utilizzati proprio per dare vita ad un “Audio Manifesto”, inoltre, il gruppo di ragazzi considerato in assoluto il migliore avrà l’opportunità di partecipare al “Podcast Day”, una giornata formativa presso gli uffici di Podcastory per approfondire il mondo del content audio.

I docenti interessati a questa iniziativa potranno partecipare all’incontro online di presentazione del progetto giovedì 22 settembre alle ore 14.30 al seguente link:

https://bit.ly/3RbVwon

ID riunione: 816 0629 7405

Passcode: 013878

Il podcast sarà udibile dalle maggiori piattaforme: Spotify, Audible, Spreaker ecc.

Scarica qui il volantino!

Regolamento: https://contest.podcastory.it/contest/la-nostra-liguria-il-nostro-futuro/

Per richiedere maggiori informazioni scrivi a info@podcastory.it

Link utili: https://www.legaliguria.coop/   https://podcastory.it/

 

Nel mare dei big data della comunicazione – in una sovrabbondanza di contenuti tra web, social e press – cerchiamo un’isola dove approdare. È così che ha preso forma questa ricerca – sempre intorno al concetto di comunità – che oggi si interroga intorno alle “comunità di cura”. E come spesso capita quando si è in viaggio, lo stupore di ciò che si trova supera di gran lunga la curiosità di quando si era partiti. Dal Brasile alla Valchiusella, dalla cultura alla culla, il mondo intero si manifesta con intelligenza, con bellezza, con crudezza.

Con “comunità di cura” si intende – in estrema sintesi – la capacità di prendersi cura degli altri e di darsi reciprocamente una mano. Emergono, con questa espressione, pochi contenuti – in termini quantitativi e a confronto con le “comunità” trattate nei precedenti articoli – ma piuttosto d’impatto. Riflessioni che aprono delle strade dalle quali poi difficilmente si riesce a tornare indietro.

Dall’America Latina, il reportage più crudo. Una riflessione collettiva in quattro parti dal titolo “Masterclass della fine del mondo”. Riguarda gli ultimi anni, in Brasile. Sono gli anni di Bolsonaro e quelli della pandemia. Le parole “inferno”, “collasso”, “fine del mondo” si susseguono. Ogni tre righe una pugnalata al cuore. Fortunatamente il susseguirsi di espressioni come “cura”, “comunità” e “aiuto reciproco” offre quella boccata di ossigeno per continuare a leggere di una catastrofe sociale arginata proprio grazie alle reti, quelle dei familiari, degli amici e dei volontari.

In questo mare di notizie in tempesta, ci lancia un salvagente la Gran Bretagna, dove il collettivo inglese The Care Collective ha teorizzato e pubblicato il “Manifesto della cura. Per una politica dell’interdipendenza” (in Italia edito da Alegre) che cerca di dare una risposta alla domanda: come possiamo dare vita a sistemi in cui l’interdipendenza degli uni dagli altri sia finalmente riconosciuta, in forme solidali e paritarie? Il manifesto individua quattro cardini fondamentali per dare vita a comunità di cura: il mutuo soccorso, lo spazio pubblico, la condivisione di risorse e la democrazia di prossimità.Una «cura promiscua», che non discrimina nessuno ed è fuori dalle logiche di mercato. L’obiettivo è arrivare a un vero e proprio «stato di cura» che non solo crea infrastrutture di welfare «dalla culla alla tomba» ma genera una nuova idea di democrazia orientata ai bisogni collettivi. Dimostrando che la cura è il concetto e la pratica più radicale che abbiamo oggi a disposizione”.

Anche l’Italia, in questo viaggio tra web e social intorno alle “comunità di cura”, si distingue – in queste ultime settimane – con contenuti illuminanti da un lato e rincuoranti dall’altro, in particolare ne segnaliamo tre.

Il primo ci porta in Valchiusella, in provincia di Torino, dove sarà attivata la seconda comunità rurale dementia friendly in Italia. Le comunità dementia friendly sono comunità urbane “amichevoli” con i propri concittadini affetti da demenza. Situazioni molto diffuse a livello internazionale oggi contano anche numerose esperienze in Italia. Il punto è affrontare la demenza, da un lato, attraverso percorsi di diagnosi precoce e, dall’altro, grazie alla comunità che diventa un vero e proprio strumento di cura, accoglienza e inclusione.

La “Sentinella del Canavese” racconta così l’esperienza: “C’è una valle, la Valchiusella, che viene utilizzata come una comunità educante, un luogo dove si incontrano, confrontano e approfondiscono temi studenti e ricercatori di vari profili disciplinari, e c’è una comunità di cura che si attiva e ravviva grazie alla rete sociale e al ruolo attivo della popolazione nel prendere in carico il proprio diritto- dovere al benessere”.

Immagine 1 – Valchiusella, Cima Bossola, foto tratta da https://visitcanavese.it

Il secondo vede come protagoniste due realtà che si occupano della cura e dell’educazione di bambini e ragazzi, tra le più importanti ed attive in Italia. Una è “Save the children” che offre una definizione incantevole di “comunità di cura”: “la comunità di cura è il luogo ideale in cui la «culla sociale» prende forma. La comunità di cura può essere considerata come uno spazio fisico, di relazione, di servizi e di informazioni, dove i genitori con i loro bambini possono muoversi nel modo più semplice e agevole”. L’altra è la Fondazione “Con i bambini” – fondo nazionale per il contrasto alla povertà educativa – che dedica specifici progetti alla “cura dei legami, quelli che spezzano la solitudine, che aprono le porte, che riaccendono le speranze, i talenti ed i sogni”.

Infine, il nostro viaggio ci porta a Roma in occasione di “E.P.ART Festival – Innescare musei per curare territori”, un progetto promosso da “Ecomuseo Casilino” che nasce per dare vita a processi di musealizzazione diffusa nella periferia est di Roma attraverso la realizzazione di opere di street art. In pratica, insieme ai membri dell’Ecomuseo Casilino, le comunità – coinvolte attraverso call pubbliche e formate da associazioni, imprese e singoli cittadini – costituiscono dei “comitati di cura” per scegliere insieme le location, i temi e gli artisti che eseguono le opere.

Qui sotto l’immagine del primo murale realizzato a Centocelle, per approfondire a questo link si può navigare e “toccare con mano” la bellezza, la comunità, la cura.

Immagine 2 – nella foto il primo murale realizzato a Centocelle

Questo articolo è uscito il 5 agosto 2022 sul blog di Maps Group.

Palazzi dei Rolli

Condiviso, in collaborazione con Maps Group, ha partecipato alla realizzazione del nuovo sito web del Sito Patrimonio Mondiale UNESCO “Genova: le Strade Nuove e il sistema dei Palazzi dei Rolli”.

Per questo progetto abbiamo fatto un importante lavoro di ricerca stilistica della grafica, infatti, abbiamo deciso di ridisegnare tutte le facciate dei 42 Palazzi dei Rolli. Un lavoro corposo per rileggere in chiave nuova e più moderna le architetture delle facciate dei Palazzi. Le illustrazioni sono state realizzate dai nostri grafici Cristiano Ghirlanda e Laura Delfino.

Si è optato per una grafica in bianco e nero e per la costruzione di un percorso di visita creativo; il nuovo sito permette di navigare e conoscere i Palazzi con grande facilità, di raccogliere informazioni per la visita e di conoscere tutte le news e gli eventi in programma. La navigazione tra i Palazzi può essere fatta tramite le piazze e le strade in cui si trovano, per anno di presenza nell’elenco dei Rolli, se ad uso pubblico o privato e se visitabili o meno.

Oltre alle illustrazioni originali, nel sito sono presenti delle animazioni che rendono la navigazione più emozionante e coinvolgente, per esempio, il passaggio dal giorno alla notte delle illustrazioni delle facciate. Infine, Condiviso ha curato lo sviluppo web del sito e ha svolto le attività di SEO.

Il IX Campionato Mondiale di Pesto Genovese al Mortaio si è concluso e la prossima volta, nel 2024, sarà la decima edizione. Creato nel 2007 dall’Associazione Culturale Palatifini che riunisce esperti di cultura e qualità dell’alimentazione, di marketing del territorio e di comunicazione, e sostenuto da subito dalla Camera di Commercio, in pochi anni il Campionato con le sue attività collaterali si è affermato come uno dei fattori di comunicazione strategica del territorio.  Dati e studi sull’argomento, l’ultimo due anni fa dell’Università di Basilea, testimoniano che, “giocando” con il Pesto, il Campionato del Mondo ha contribuito molto alla visibilità del settore agroalimentare ligure e del turismo ad esso collegato, eccellenze che solo una quindicina di anni fa non avevano narrazione oltre i confini della regione.

 

QUANTO VALE LA COMUNICAZIONE DEL PESTO

Nel periodo che gira intorno alla data dell’ultimo Campionato (15 maggio – 30 giugno) nel mondo si è parlato di Pesto Genovese e/o al basilico e/o alla ligure, 10.021 volte (una media di 223 al giorno con la punta di 1.334 clip nei giorni clou della finale (articoli, servizi radiotelevisivi, news, blog, messaggi social, eccetera). Per il 37% si è trattato di News e Blog, 49% Social, 14% tutto il resto della comunicazione online e offline.

Calcolato attraverso l’analisi di big data dei singoli messaggi, l’engagement diretto generato da questa comunicazione ha superato quota 222.000 (dati Monitoring Emotion*).

Figura 1 – Capacità di engagement Campionato del Pesto 2022 (fonti Monitoring Emotion)

 

ESPANSIONE INTERNAZIONALE DEL MERCATO

Nell’ultimo mese, le comunicazioni intorno al Pesto sono state pubblicate negli Stati Uniti e Canada per il 62,9%, in Italia per il 16,3%, nel resto d’Europa per il 15,6% (di cui 4,6% in  Gran Bretagna) e il resto del mondo al 5,2%. L’analisi è stata fatta solo sulle principali lingue internazionali, ma è significativo come l’intero continente europeo, Italia compresa, non raggiunga la metà dell’interesse di quello Nord-Americano, uno stimolo in più per guardare con attenzione ai mercati a noi prossimi.

Per scelta metodologica non sono stati presi in considerazione messaggi o articoli nei quali il pesto non venga qualificato come “genovese” o “al basilico”, quindi i dati qui indicati sono “per difetto” perché in molti casi, soprattutto nei social e in Italia, la familiarità con l’alimento dà per scontato che usare la parola “Pesto” equivalga ad intendere “Pesto Genovese”.

Indagini degli scorsi anni sulla comunicazione globale degli alimenti, in particolare le salse, hanno collocato il Pesto al top della comunicazione del Made in Italy per i prodotti alimentari. Il Pesto è dunque un valido strumento di penetrazione anche per altri prodotti agroalimentari e per il turismo di qualità (uno studio della World Food Travel Association sostiene che il 69% dei turisti consideri l’enogastronomia un fattore basilare nella scelta delle destinazioni).

Figura 2 – Distribuzione territoriale contenuti riguardanti il Pesto (genovese e/o con basilico) (fonti Monitoring Emotion)

 

I GIORNI DI CAMPIONATO

I contenuti più importanti per quantità ed engagement che riguardano il pesto genovese nei giorni clou del campionato (1600 clip e 100.000 interlocutori in 4 giorni), sono due: il lancio di MacDonald di un nuovo panino con filetto di pollo e pesto al basilico e il Campionato del Mondo con le sue attività collaterali, in particolare il Robot Twin dell’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova che ha fatto il pesto durante la finale.

La nuova offerta di MacDonald, casualmente promossa negli stessi giorni del campionato, indica con chiarezza il livello di contaminazione tra il Pesto la cucina internazionale (la nostra salsa fredda più usata per condire la pasta conquista sempre più nuove occasioni di consumo). A leggere il tripudio di emoticon scambiato nei messaggi, sta diventando ormai consueto l’apprezzamento del pesto sulla pizza ed è in evoluzione, e sempre più gourmet, l’accompagnamento con la carne e con il pesce.

Il Campionato consente – in due giorni densi di eventi e in tante micro-occasioni nazionali e internazionali fra una finale e l’altra – di focalizzare l’attenzione sul Pesto Genovese promuovendo in modo innovativo l’offerta ligure. Le strategie di mercato e promozione internazionale possibili nei prossimi anni possono essere immaginate come una partita a bocce da vincere contro le contraffazioni e la concorrenza non qualificata, con il Campionato a tirare il pallino.

(*) Monitoring Emotion è il sistema di ricerca utilizzato che si basa su competenze professionali specializzate e tecnologie di analisi dei big data in grado di selezionare centinaia di migliaia di clip (unità informative quali articoli, news, servizi radio/TV, blog, giornali e magazine digitalizzati, post Facebook, Instagram, Twitter, altri social nei diversi paesi, video Youtube e altre fonti ancora). Monitoring Emotion è basato su un motore semantico in grado di interpretare il contenuto delle informazioni annullando il rumore di fondo indistinto che copre tutti i contenuti interessanti diluendoli in un mare di informazioni dispersive e inutilizzabili. Partendo da grafici e elaborazioni statistiche (quanta informazione, quale e da chi) il sistema consente di arrivare se necessario alla singola clip e a chi la emessa connettendo le analisi con la realtà e l’azione di comunicazione operativa.

 

Condiviso ha realizzato la parte grafica e le illustrazioni del report annuale 2022 di Cooperatives Europe, l’organizzazione internazionale che rappresenta il sistema cooperativo in Europa.

La collaborazione di Condiviso con Cooperatives Europe è iniziata nel 2017 con la creazione di una immagine coordinata efficace (logo, grafiche, sito, layout dei materiali della comunicazione…), e da allora ci occupiamo della visual identity di questo importante rappresentante europeo.

Il report prende in considerazione il periodo giugno 2021 – maggio 2022, e racconta gli sforzi di Cooperatives Europe per sostenere e promuovere le cooperative in Europa e nel mondo. Per questo progetto abbiamo deciso di utilizzare un’immagine colorata, giovane e dinamica, che rispecchi i temi al cuore del modello cooperativo: partecipazione, democrazia, etica e cura delle persone.

 

In questi giorni è uscita l’intervista alla nostra socia Stefania Toro, all’interno della prestigiosa rivista “Luce”, nella quale racconta i progetti di lighting design che porta avanti con passione e professionalità da anni. Tra i progetti in evidenza: l’illuminazione di alcune vasche dell’Acquario di Genova, il Museo Caruso di Firenze, l’installazione temporanea all’Hennebique di Genova.
Qui l’intervista completa!

Ci siamo occupati dello sviluppo web dell’e-commerce Mr. Dee Still, una piattaforma che introduce nel mondo degli spirits consigliando nuovi drink, nuove ricette ed etichette originali.

La domanda di acquisti online è in continua crescita, di conseguenza dotarsi di un e-commerce ben sviluppato è un passaggio fondamentale per ogni azienda.

Per chi si sta approcciando al mondo dei distillati, ma anche per chi di drink è già un esperto, Mr. Dee Still è la risorsa a cui rivolgersi: i prodotti e le etichette presenti nell’e-commerce sono tantissimi e ognuno ha la sua storia e i consigli di utilizzo per fare ricette e abbinamenti da vero barman.

Navighiamo tra i big data della comunicazione e selezioniamo i contenuti di maggiore impatto e quelli più virali intorno al tema delle comunità, in particolare quelle virtuali. Oggi le virtual communities dilagano, rimbombano, ci aiutano, ci spiazzano.

Il mondo anglosassone – in queste ultime settimane – ci porta davvero lontano, tra metaverso e “token non fungibili”, la fantascienza diventa realtà. Giusto due esempi per rendere più concreto il concetto. Il primo lo pubblica Fox Business che – intervistando Larry Cheng, managing partner di Volition Capital, una società di capitale con sede a Boston – ci svela che il valore totale di tutte le vendite NFT (appunto “Non Fungible Token”) che hanno avuto luogo nel 2021 è stato di 23 miliardi di dollari. Nel 2020 non avevano raggiunto i 100 milioni di dollari, un’espansione – a dir poco – impressionante.

La seconda ce la offre McDonald che ha depositato una domanda di marchio per un ristorante virtuale fast-food, saltando così sul carro del metaverso.  Il colosso del fast-food intende creare ristoranti virtuali con beni sia reali che virtuali. In pratica, saremo stimolati ad andare al ristorante online – probabilmente dotati ciascuno del proprio avatar – dove potremo consumare sia beni virtuali che reali, con consegna a domicilio.

Su Forbes, Carlos Melendez – membro del Forbes Technology Council – sostiene che “il metaverso è pronto a diventare la prossima grande pietra miliare nell’evoluzione di internet che cambierà il modo in cui lavorano le imprese private e pubbliche. E, come con molte rivoluzioni tecnologiche come il telefono cellulare o il mobile computing, sarà guidato dal consumatore, alla ricerca della stessa esperienza digitale al lavoro che sperimenta a casa”.

Ecco, nel frattempo, cosa sta già succedendo: Amazon lavora all’e-commerce virtuale, un grande centro commerciale digitale dove passeggiare online con i nostri corpi digitali (in Italia li realizza, ad esempio, Igoodi – società specializzata nella creazione di avatar 3D di persone esclusivamente reali), dove chiedere informazioni sui prodotti da acquistare e dove, eventualmente, visitare anche una galleria d’arte virtuale.

Immagine 1 / dal sito di Igoodi.eu

Sulla combinazione tra arte, metaverso e “non fungible token”, si gioca buona parte della comunicazione sulle comunità virtuali anche in Italia, in questi primi mesi dell’anno. Economyup.it ha recentemente pubblicato una selezione di “startup del metaverso italiane e internazionali da tenere d’occhio nel 2022” dove segnalano come in anche in Italia si contino già diversi progetti sul metaverso e che utilizzano la tecnologia della blockchain e degli NFT per offrire esperienze uniche agli utenti.

Ma cosa sono esattamente gli NFT? Ce lo spiega il magazine Esquire che in un articolo di qualche settimana fa li definisce come “certificati di autenticità che rendono ciò cui sono applicati, cioè contenuti digitali intangibili, qualcosa di unico e non intercambiabile. Questi certificati vengono creati tramite la tecnologia blockchain, cioè una struttura di dati che si basa sulla condivisione e l’immutabilità: in sostanza è un registro digitale all’interno del quale le voci sono registrate a blocchi collegati in ordine cronologico, in cui una crittografia garantisce l’integrità del sistema”.

Applicati all’arte – ad esempio – certificano l’unicità e l’originalità di un’opera. Gli artisti che si sono lanciati in questo mondo virtuale sono sempre di più, anche in Italia. Alla fine del 2021, ha generato molto dibattito sul tema la nascita di ItaliaNFT, la prima piattaforma italiana di vendita di NFT dedicata al mondo dell’Arte e delle eccellenze Made in Italy.

L’immagine qui sotto riporta una sezione del loro marketplace con alcune opere in mostra.

Immagine 2 / dal sito italianft.art/marketplace

Ma in Italia il dibattito sulle comunità virtuali in questi ultimi mesi non si “limita” al mondo del metaverso, tra i temi più trattati e commentati c’è anche quello dei diritti collegati al nostro utilizzo di internet. Una recente intervista pubblicata da DITM “Diritto Mercato Tecnologia” al professor Raffaele Torino, ordinario di Diritto Privato Comparato presso l’Università degli Studi Roma Tre e responsabile della rivista on-line ‘Rivista di Diritti Comparati’, sottolinea alcuni concetti a cui prestare attenzione, qui ne riportiamo giusto due.

Innanzitutto, la forma della relazione tra noi e le piattaforme social: “le grandi piattaforme social network – sostiene il professor Torino – formalmente si pongono come un privato (che presta un servizio) di fronte ad un altro – in teoria “uguale” – privato (che utilizza il servizio). Ma, in ragione della centralità che hanno acquisito nella vita di centinaia di milioni di individui e della dipendenza che si è creata in ciascuno di noi rispetto a questa “vita online” (l’onlife di Luciano Floridi), esse esercitano su tutti coloro che creano la comunità virtuale che “vive” sulla piattaforma e vi “appartengono” (spesso credendo di poter influire sulle regole della comunità) un potere pressoché illimitato (di accesso, di regolazione della convivenza, di messa al bando)”.

In secondo luogo, la nostra capacità di scelta. Nessuno ci impone di far parte di un social network o di una comunità virtuale. Ma il fatto che le grandi piattaforme social network abbiano centinaia di milioni di partecipanti, le rende degli spazi pubblici? Con tutte le conseguenze in termini di accesso, condotte, attività? Il dibattito su questo tema ci poterebbe alquanto lontano. Chi desidera approfondire trova l’intera intervista a questo link.

In chiusura, un ultimo – ma non per questo meno rilevante – momento di attenzione: le uscite sul web e sui social delle ultime settimane in Italia relativamente alle comunità virtuali mostrano anche un lato oscuro dei nostri comportamenti digitali. Sono state infatti pubblicate, condivise e commentate, numerose notizie su attacchi di cyberbullismo, casi di pedopornografia digitale e produzione di contenuti digitali lesivi o diseducativi per bambini e ragazzi. Alcuni degli autori la definiscono una vera e propria “pandemia sul web”. È terribile che il concetto di “comunità” possa essere affiancato a questo tipo di comportamenti. Qui non si tratta di comunità ma di criminalità. Teniamo le antenne accese.

#noallaviolenza #nomasabusos #stopviolence

Questo articolo è stato pubblicato sul blo 6Memes del Gruppo Maps, qui la pubblicazione originale.

faccio prima a farlo io

Con piacere vi proponiamo un evento per gli imprenditori di PMI che vogliono far crescere la propria azienda senza esserne schiavi.

Il 26 maggio alle ore 17:00 ospiteremo un evento gratuito per imprenditori nato dalla collaborazione con crescITA, un’azienda di formazione manageriale.

L’evento è strutturato appositamente per tutte gli imprenditori che si trovano a pensare “faccio prima a farlo io” in azienda.

E chi si trova a pensare questo spesso ha un’azienda che è cresciuta ma che lo impegna davvero troppo.

Non si ha mai abbastanza tempo per i propri hobby.
Non si ha abbastanza tempo per la famiglia.
E non si ha tempo per eseguire tutti i compiti che andrebbero eseguiti.

Perché per fare il passo di evoluzione successivo bisogna delegare, bisogna rendere le proprie persone autonome: qui sta la sfida.

L’evento è diviso in due parti:
– La prima parte dal vivo presso la nostra sede (in Calata Andalò di Negro 16, presso la vecchia Darsena di Genova);
– La seconda da fissare con un coach per rendere tutti i concetti specifici per la tua impresa.

La partecipazione è totalmente gratuita.

Trovi maggiori informazioni qui!

edufest, il festival dell'educazione

Venerdì 6 e sabato 7 maggio a Villa Bombrini a Genova si tiene “EDUFEST”, il primo festival dell’educazione dedicato a bambini e bambine, genitori, insegnanti, educatori e professionisti in ambito pedagogico e psicologico.

Immaginare il futuro dell’educazione lasciandosi ispirare da ospiti d’eccezione e artisti: questo è EDUFEST. Due giornate in cui esperti provenienti da tutta Italia e associazioni del territorio proporranno dialoghi, incontri, spettacoli, workshop, giochi e laboratori, allo scopo di costruire insieme l’immaginario comune per rinnovare le pratiche educative, adattandole ai tempi e alle nuove sfide che ci vengono poste.

Agli incontri, i dialoghi fra esperti e con il pubblico e alle tavole rotonde parteciperanno innovatori, filosofi, pedagogisti, psicologi e altri protagonisti del mondo della scuola e della formazione come Umberto Galimberti che interverrà sull’educazione sentimentale dei bambini, l’eco-psicologa Marcella Danon (la natura come parte nel processo educativo), il poeta e filosofo Marco Guzzi, il Lama Michel Rinpoche, lo scienziato Alberto Diaspro direttore di nanofisica all’Istituto Italiano di Tecnologia, Paolo Mottana sull’educazione alla libertà, il pedagogista Daniele Novara e tanti altri.

EDUFEST è anche una occasione di incontro di bambini, genitori e educatori del territorio di Genova e della Valpolcevera (dove è stato già avviato il progetto LEELA contro l’abbandono scolastico e la povertà educativa che ha coinvolto 6 istituti comprensivi, 200 insegnanti e 2000 alunni su nuovi moduli formativi testati a livello internazionale e allineati agli obiettivi dell’agenda 2030 dell’ONU) e sono previsti molti momenti di socializzazione, giochi e laboratori. Verranno anche presentati ai visitatori, adulti e ragazzi, i lavori delle trenta scuole finaliste delle Olimpiadi Italiane di Robotica organizzate dal Ministero dell’Istruzione e dall’Associazione Scuola di Robotica.

EDUFEST nasce all’interno del progetto LEELA, un progetto selezionato da “Con i Bambini” nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile. Il progetto Leela e il Festival dell’Educazione sono resi possibili grazie alla collaborazione di 15 differenti organizzazioni partner e di oltre 20 associazioni sul territorio, tra le quali ci fa piacere citare i nostri soci Words e Demoela.

Per maggiori informazioni sul Progetto Leela, cliccare qui.

Per conoscere il programma del Festival dell’Educazione, cliccare qui.

EDUFEST è la prima manifestazione di questo genere in Italia e ha ricevuto il patrocinio del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, della Regione Liguria, del Comune di Genova e dell’Ordine degli Psicologi della Liguria.

La cura e lo scambio dei dati – intesi come informazioni, conoscenza, valori – sono tra i fattori fondativi e distintivi nella costruzione e crescita di comunità. Questo è il tema portante del viaggio di quest’anno attraverso web, social e press. Proveremo a monitorare tre tipologie di comunità e a vedere cosa emerge, cosa impazza, cosa diventa trendy nel nostro infinito navigare digitale.

La prima comunità che toccheremo sarà quella “virtuale”, mondi che si incontrano grazie a tecnologia e connessioni, nuovi nomadi e nuovi stili di vita. Opzioni diverse per costruire il futuro (o per rappresentarlo). La seconda comunità di cui cercheremo i segnali e verificheremo gli effetti (in ambito comunicazione) sarà quella “scientifica”, così coinvolta, impegnata e – di conseguenza – citata, in questi anni di pandemia. Per sua stessa natura, è innovativa, internazionale, fluida. Infine, andremo ad osservare cosa succede alle comunità “ad alto impatto sociale”, come le comunità educanti, le comunità dedicate alla cura delle persone e degli spazi comuni. Così attente (e insostituibili) nella costruzione di inclusione e democrazia.

Ad un primo colpo d’occhio – one shot su web e social in queste ultime settimane – lo spaccato appare particolarmente interessante. Le comunità per la ricerca scientifica occupano l’84,5% della comunicazione a discapito di quelle educanti (13,9%) e di quelle virtuali (1,6%), come si può vedere nell’immagine 1.

Immagine 1 / Share of voice, mese di marzo 2022.

Da questa prima navigazione, curiosando nel mondo delle comunità “virtuali”, oltre a vari gruppi di fan e appassionati (al primo posto in assoluto gli ammiratori dell’attore Can Yaman, in questi giorni impegnato nelle riprese di una serie TV), emerge un acceso dibattito intorno al “sistema Facebook”. Da un lato, una sentenza della Corte di Cassazione del 9 febbraio 2022, ha affermato che “assumono valore indiziante rispetto alla commissione di un reato anche le forme di gradimento espresse attraverso il like sul social network Facebook” (vedi Altalex.com, “Social network, il like su post antisemiti è grave indizio di istigazione all’odio razziale” del 18 febbraio), dall’altro, aumenta la curiosità intorno al “metaverso”. Questo termine, coniato da Neal Stephenson in Snow Crash, libro di fantascienza cyberpunk pubblicato nel 1992, indica una realtà – distaccata rispetto al mondo reale – accessibile attraverso il proprio avatar (corpo digitale) grazie ad internet. Secondo Zuckerberg, il creatore di Facebook, basta avere un browser a cui connettersi, scegliere la comunità virtuale a cui accedere e poi indossare i suoi “occhiali speciali”.

E sono, senza dubbio, “occhi speciali” quelli con i quali la comunità scientifica ha osservato il mondo e lavorato in questi ultimi due anni. È la comunità più citata e menzionata, per ovvie ragioni. I “top themes” che emergono intorno ad essa (vedi Immagine 2) ne rilevano l’importanza e l’attenzione. Ovviamente è tutto incentrato sul Covid-19.

Immagine 2 / Wordcloud “comunità scientifica”.

Nelle ultime settimane, oltre agli aggiornamenti sull’andamento della malattia e alle nuove regole che stanno entrando in vigore, si riaccende il dibattito sulle cause della pandemia grazie ad un articolo pubblicato sul Corriere della Sera ad inizio marzo e diventato virale. Giorgio Palù, virologo, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, intervistato da Margherita De Bac, rilancia l’ipotesi che a scatenare la pandemia sia stato un virus fuoriuscito involontariamente da un centro di ricerca. “Il ceppo prototipo di Wuhan […] e tutte le varianti che ne sono derivate, presentano una caratteristica affatto peculiare. Nel gene che produce la proteina Spike (quella che il virus utilizza per agganciare la cellula da infettare), appare inserita una sequenza di 19 lettere appartenente ad un gene umano e assente da tutti i genomi dei virus umani, animali, batterici, vegetali, sinora sequenziati. La probabilità che si tratti di un evento casuale è pari a circa una su un trilione”. L’articolo approfondisce vari aspetti sull’origine della malattia e auspica, come più volte richiesto dall’OMS e dalla comunità scientifica, la collaborazione delle autorità cinesi.

Neanche a farlo apposta, sono proprio “condivisione” e “accoglienza” le due parole che contraddistinguono in queste settimane le notizie pubblicate intorno al tema della comunità educante. Spicca per viralità, un intervento del Papa in occasione del cinquantenario di una scuola cattolica milanese. Queste le parole con le quali si è rivolto agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie: “c’è bisogno di fare squadra, di crescere, non solo nelle conoscenze, ma anche nel tessere legami per costruire una società più solidale e fraterna. Perché la pace, di cui abbiamo tanto bisogno, si costruisce artigianalmente attraverso la condivisione. Non ci sono macchine per costruire la pace, no: la pace sempre si fa artigianalmente”.

Inutile rimarcare che, di questi tempi, navigando su web e social alla ricerca di comunità, una soltanto, davvero emerge su tutte. È quella ucraina, suo malgrado. #nowar #nessunaguerra

big data e smart body

Sara di Paolo, presidente di Condiviso e socia di Words, ha intervistato Giuseppe Franceschelli di Maps Group e Maurizio Sala di Igoodi; durante la conversazione si è parlato di come utilizzare informazioni e tecnologia per fare business.

Big data” è probabilmente l’espressione più citata quando si parla di digitale. Con questo termine si intende un insieme ampissimo di dati tale da necessitare di tecnologie avanzate per gestirlo. Grazie ai big data possiamo avere a disposizione moltissime informazioni che permettono, se gestite e analizzate correttamente, di creare nuovi campi imprenditoriali, ma anche di semplificare la nostra vita. Ma proprio perché la mole dei dati nel mondo è enorme e continuamente in crescita, il problema che oggi si pone è “come estrarre le pepite d’oro nascoste sotto montagne di dati” (The Economist) e come utilizzarle al meglio nel business.

Giuseppe Franceschelli lavora in Maps Group, un’azienda specializzata nella gestione di big data e nella costruzione di sistemi che consentano di “distillare le pepite” per creare dei percorsi digitali. Giuseppe racconta come Maps Group abbia deciso di operare nei settori in cui la gestione dei dati può portare maggiori vantaggi verso il mercato e la popolazione.

Uno dei campi di interesse è, per esempio, il settore della sanità, in cui la sfida è elaborare modelli digitali ottimali che rendano, da un lato, più facile e piacevole il viaggio di un paziente all’interno di una struttura sanitaria, e che creino, dall’altro, le condizioni migliori in cui il personale sanitario possa svolgere il proprio lavoro.

Un altro ambito in cui Maps Group ha concentrato i propri sforzi è quello della digitalizzazione necessaria per la gestione di produzione, distribuzione e utilizzo dell’energia elettrica. La transizione ecologica prevede un passaggio dall’energia prodotta con carbon-fossile a tipi di energia che sono definite “green”, rinnovabili. Le energie rinnovabili però hanno una caratteristica: sono impulsive e non programmabili. Per questo motivo, per far sì che il sistema sia stabile (che l’energia presente in ciascuna presa elettrica sia sempre la stessa), è necessario operare un bilanciamento energetico. Bisogna che ci sia un software che operi per coordinare e orchestrare i dati prodotti dai vari impianti che immettono energia elettrica sulla rete distributiva in modo che chiunque possa utilizzarla in maniera stabile.

Maurizio Sala, CCO di Igoodi, ha introdotto un nuovo data set, il corpo umano. Igoodi è una start up nata nel 2015 ed è la prima avatar factory italiana, una company di alta tecnologia specializzata nella digitalizzazione del corpo umano. L’obiettivo è riportare nel digitale il corpo umano reale con tutte le sue unicità per creare un avatar che sia la riproduzione fedele del corpo, sia dal punto di vista dell’immagine fisica, ma anche dal punto di vista dei dati biometrici e antropometrici.

Le applicazioni che possono avere gli avatar digitali sono molteplici e in parte ancora da scoprire: dallo shopping al gaming online, ma anche, grazie ai dati biometrici, avere informazioni sul wellness index che possono essere utilizzate con finalità dietetiche alimentari o per percorsi di allenamento. Un altro grandissimo campo di applicazione è quello riguardante gli aspetti medici sanitari, dall’ortopedia alla riabilitazione motoria.

L’idea che sta alla base del progetto di Igoodi è quella di semplificare la nostra vita digitale: in un mondo sempre più tecnologico nel quale si svolgono in rete moltissime attività quali, per esempio, lavoro, relazioni e acquisti, l’unico aspetto che mancava era il corpo. Igoodi risponde proprio a questa esigenza e cerca di portare il corpo di ciascuno di noi, con le sue unicità, nel digitale.

Entrambe queste storie sono testimonianza di una transazione digitale in piena corsa che da nuovi data set trova nuovi mercati e nuove opportunità per le persone.

Questa intervista si è svolta nella cornice di UMANESIMO DIGITALE, l’incontro annuale organizzato da Condiviso. Per saperne di più leggi la news relativa all’evento.

cyber security e marketing

Raffaele Mastrolonardo, giornalista e socio fondatore di Effecinque, ha intervistato Luca Busi, fondatore e amministratore delegato di Gmg Net, per capire come le aziende si devono rapportare al tema della sicurezza informatica e come questa si lega con il marketing.

In un mondo in cui la tecnologia gioca un ruolo fondamentale, per le aziende non ci sono solo grandi opportunità ma anche grandi rischi. La cyber security è un tema sempre più attuale che in pochi anni ha superato la barriera invisibile che separa un argomento di nicchia, per addetti ai lavori, da un argomento da prima pagina dei giornali o da apertura dei tg.

Sempre più spesso sentiamo parlare di cyber security, ma siamo portati a pensare che sia una problematica che riguarda casi grossi ed eclatanti e che non possa succedere nulla di simile a individui e piccole e medie imprese che sono relativamente piccole e relativamente poco conosciute. Questa sensazione è abbastanza diffusa ma è ingannevole. Bisogna considerare che i cyber criminali non sono interessati alle piccole realtà per i loro dati, ma sono interessati alle vulnerabilità che queste esprimono verso internet perché possono essere utilizzate per veicolare attacchi verso terzi. È quindi un’idea erronea credere di non poter essere violati, per questo la cyber security deve essere considerata un problema che riguarda chiunque agisca sul mercato. 

Il problema di sicurezza è reale e la portata del pericolo consistente. Ottobre 2021 è stato il mese della cyber security e in questa occasione sono uscite molte statistiche che hanno rilevato una situazione preoccupante per l’Italia. Il nostro paese è il secondo a livello europeo per numero di attacchi, dato che ha subito un aumento del 36% rispetto all’anno scorso.

Anche le piccole realtà devono iniziare a pensare a come proteggersi per far sì che diminuisca complessivamente il numero di attacchi e si crei intorno a loro un ecosistema digitale più sicuro.

Bisogna anche considerare che ogni azione di marketing che le aziende mettono in campo, aumenta da un lato la visibilità online verso potenziali nuovi clienti, ma dall’altro aumenta anche la visibilità verso possibili attacchi informatici. Per questo motivo ogni processo di marketing dovrebbe sempre essere affiancato da un processo di cyber security che valuti i rischi e metta in atto rimedi per evitare situazioni spiacevoli.

La conclusione è che la cyber security non è più solo necessaria ma è diventata fondamentale. Tutte le aziende devono proteggersi dai possibili attacchi perché la sicurezza del singolo contribuisce a creare un ecosistema digitale sicuro in cui piccole e medie imprese non possono venire strumentalizzate per creare danno a terzi.

L’intervista di Raffaele Mastrolonardo a Luca Busi è avvenuta durante la giornata organizzata da Condiviso, UMANESIMO DIGITALE. Per avere più informazioni leggi la news dell’evento.

 

Rapporto Clusit Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica:

2021

2022

Il digitale per il b2b

Claudio Fogliato, socio fondatore di Webvisibility ha intervistato Luigi Wilmo Franceschetti, Co-owner di Saccheria F.lli Franceschetti e Co-Founder e CEO di ELI WMS, sul tema dei vantaggi che porta la digitalizzazione applicata al B2B.

La Saccheria F.lli Franceschetti è un’azienda di Brescia che dal 1970 si occupa della produzione e della commercializzazione di big bags, contenitori bianchi flessibili dalle svariate applicazioni, dal settore chimico, a quello agricolo, postale, ecc. L’azienda ha una tradizione familiare e opera in una filiera molto tradizionale, ma nonostante ciò Luigi Wilmo Franceschetti, insieme alla cugina e co-owner Luisa Franceschetti, ha deciso di puntare su soluzioni digitali e innovative per la sua azienda, che gli hanno portato grandi benefici e soddisfazioni.

La prima delle soluzioni digitali introdotte è stata l’apertura dell’e-commerce della saccheria, il quale ha permesso di spostare online una parte di clienti, quelli “noiosi” che comprano un prodotto standardizzato o i piccoli clienti. Questo nuovo tassello aggiunto al business aziendale ha migliorato e ampliato il processo di vendita e ha permesso ai venditori di concentrarsi sulle transazioni custom che richiedono, ancora per il momento, una relazione con il pubblico.

La seconda innovazione digitale è ELI WMS, un software nato dalla necessità dell’azienda di gestire in modo ottimale il suo imponente magazzino (la Saccheria gestisce circa 250 container al giorno con 48000 pallet). È per andare incontro a questa necessità che è nata ELI WMS, ad oggi una società a sé stante apprezzata in tutto il mondo. Infatti, è stata pubblicizzata da Google USA sul Financial Times e altre importanti riviste come caso di PMI innovativa che ha saputo utilizzare i tools di Google per creare un software in cloud di gestione della merce.

Sia l’introduzione dell’e-commerce che di ELI WMS sono testimonianza di come si possono trarre benefici importanti nel B2B quando si investe sulla digitalizzazione dei processi. Infatti, grazie ad automazione e digitalizzazione si riesce a risolvere un problema di ripetizione e così facendo si libera la creatività.

L’intervento di Luigi Wilmo Franceschetti si è tenuto all’interno di UMANESIMO DIGITALE, l’incontro annuale organizzato da Condiviso. Vuoi saperne di più? Leggi la news

Scopri di più su ELI WMS e sulla Saccheria F.lli Franceschetti.

PNRR

Iacopo Avegno, vice Direttore Generale della Presidenza della Regione Liguria, ci ha spiegato in cosa consiste il PNRR e quali e quanti sono i suoi obiettivi.

PNRR significa “Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza”: la ripresa è quella auspicata a partire dalla crisi economica e sociale dovuta al Covid-19, la resilienza riguarda l’Italia e la sua capacità di rilanciarsi e ripartire. Si tratta di un piano studiato a livello centrale, ma che coinvolge molto anche la nostra regione. La Regione Liguria sarà protagonista del PNRR non tanto per la gestione dei fondi, quanto nell’aiutare le aziende liguri, soprattutto piccole e medie imprese, a organizzare questi fondi e a poterne usufruire. Quindi, cos’è il PNRR?

Parlare del PNRR è complesso perché si tratta di un ambizioso progetto europeo, forse la più grande sfida che questo paese abbia avuto l’occasione di affrontare in tanti anni; si parla di 191 miliardi di euro prestati o regalati dall’Unione Europea all’Italia, a cui il nostro governo ha aggiunto fondi per circa una trentina di miliardi. Sono cifre incredibili e oltre la nostra comprensione.

Il programma ha il tipico stile europeo: milestone, obiettivi, tempi molto definiti, stile e scadenze chiare (spendere tutto nelle iniziative previste entro il 2026) per fare investimenti.

Il PNRR si occupa sia di interventi finanziari che di riforme che devono essere attuate dal governo per raggiungere gli obiettivi prefissati. Mentre le riforme riguardano temi trasversali (inclusione sociale, parità di genere e dei giovani, ecc.), il piano di intervento finanziario si articola al suo interno in 6 macroaree di intervento: l’innovazione e la digitalizzazione, a cui sono destinati il 20% dei fondi, la transizione ecologica a cui spetta il 37%, le infrastrutture non stradali, il lavoro (dentro cui è presente il Programma GOL volto al potenziamento e l’upskilling delle persone e all’accesso al lavoro), l’inclusione sociale e la sanità.

Per scendere nel dettaglio sulla prima missione, digitalizzazione e innovazione, che ci riguarda più da vicino, questa contiene in sé anche i temi della cultura e del turismo. L’investimento che può interessare alle piccole e medie imprese consiste in una serie di crediti d’imposta e di facilitazione al credito e all’investimento e fondi rotativi, inseriti specialmente nel turismo e nell’industria 4.0.

L’investimento della prima missione è fatto con la prospettiva di trasformare il modo in cui si fa impresa, digitalizzando i processi delle imprese stesse che, nel sistema italiano, dove ci sono tante PMI, fanno fatica a stare dietro ai processi d’innovazione. Il PNRR deve quindi investire per far sì che i sistemi delle imprese si possano innovare e possano quindi digitalizzarsi. Un esempio? L’e-commerce.

Il PNRR è stato concepito in maniera molto centrale e verticistica e purtroppo non molto partecipata: ogni ministero ha le sue componenti nell’ambito delle quali si decide se fare bandi rivolti alle imprese, se fare dei bandi rivolti a enti locali, se scegliere soggetti attuatori, come le regioni, che a loro volta fanno i bandi, o se ripartire i fondi. Nella definizione del programma e degli obiettivi strategici non c’è stato il coinvolgimento del territorio, ma sono state fatte scelte verticali dai governi, in parte da quello Conte e poi riviste da quello Draghi. Essendoci questa massa di denaro che si manifesterà sotto forma di bandi, i territori dovranno saper esprimere progettualità senza aspettare che arrivi il bando per avere il progetto, bisognerà quindi farsi trovare pronti.

In Regione Liguria è stato creato un gruppo di lavoro chiamato RADAR PNRR (iscriviti qui alla newsletter) il cui obiettivo è supportare le aziende liguri informandole sugli elementi che compongono le occasioni proposte dal PNRR. Come funziona questa task force?

L’idea è cercare di capire in anticipo le opportunità e mobilitare il territorio affinché sia pronto a questo intervento. Gabriella Drago (direttrice del Dipartimento Sviluppo Economico della Regione e coordinatrice della prima missione) insieme all’Assessore allo Sviluppo Economico Andrea Benvenuti hanno colto il tema della necessaria propositività del territorio e hanno creato il servizio RADAR, una newsletter per ascoltare e interagire con il partenariato sociale e le imprese e poter anticipare i bandi.

Qual è il ruolo del governo? Il lavoro del governo consiste sostanzialmente nel prendere un bando già esistente, ma con fondi limitati, e farlo crescere economicamente aumentandone i fondi grazie ai finanziamenti del PNRR. Quindi, in generale, ci sarà più spazio per ottenere finanziamenti a cui prima era più difficile accedere.

Ci saranno anche linee di investimento nuove, come le importanti misure sul turismo, fattore che in Liguria ha un grande peso, che potranno fare da volano per le nostre imprese turistiche; mentre relativamente all’argomento cultura, ci saranno progetti sui borghi e progetti mirati alla scuola inseriti nell’ambito della riqualificazione urbana.

La competizione sarà molta, se i territori saranno bravi nel fare rete, nell’essere propositivi e nel presentare idee e progetti che avevano già in cantiere, avranno più probabilità di accedere ai finanziamenti in arrivo.

Questo intervento di Iacopo Avegno è avvenuto all’interno di UMANESIMO DIGITALE. Leggi la news per sapere di più su questo evento organizzato da Condiviso.

Dalla sera del 28 dicembre, Piazza Don Gallo, nel Centro storico di Genova, è illuminata grazie alla nostra installazione artistica permanente voluta dall’amministrazione comunale, progettata da Condiviso grazie alla creatività e competenza delle nostra lighting designer Stefania Toro e realizzata grazie al contributo di alcuni progettisti dell’immagine e professionisti della luce, in seguito ad un percorso di progettazione partecipata che ha coinvolto i residenti.

L’installazione è composta da una seduta al centro della piazza, che grazie a delle pareti traforate proietta contenuti multilingue sulla piazza, da una proiezione di grandi dimensioni sulla facciata dell’edificio lato est e da connessioni di luce sugli accessi da via Lomellini e via del Campo.

L’opera intende valorizzare la piazza dal punto di vista scenografico, connetterla idealmente con le principali arterie di comunicazione del centro storico, farne emergere i valori fondanti – come il rispetto e il senso di comunità – e sottolineare l’importanza che la vegetazione ha all’interno della piazza (vegetazione voluta e curata dagli abitanti), nel rispetto delle esigenze dei residenti e ad integrazione dell’attuale illuminazione pubblica.

Il progetto di Piazza Don Gallo si inserisce in un più ampio progetto pensato in diverse piazze del Centro storico, Lighting for Genoa, dove il lighting design diventa uno strumento di valorizzazione del patrimonio architettonico e del tessuto urbano della città.

 

Contesto

Nel 2014, Piazza Don Gallo è stata oggetto di un importante cantiere di riqualificazione. In questi anni, è stata protagonista di azioni spontanee degli abitanti, che vogliono mantenere la piazza viva e allontanare il degrado e la delinquenza. Associazioni e abitanti cercano così di rendere la piazza sempre più permeabile al territorio circostante e di sottrarla all’isolamento, dato dal fatto che, pur essendo molto centrale, è al di fuori dei percorsi pedonali più frequentati.

Una delle azioni più rilevanti è legata al verde. Sono state collocate innumerevoli piante, per rendere lo spazio più accogliente. Un giardino spontaneo che, simbolicamente, significa “prendersi cura” e viene manutenuto da alcuni abitanti che se ne occupano ogni giorno. Recentemente è stato aperto anche un portierato sociale: un presidio permanente della piazza.

Alcune sedute modulari sono state collocate sperimentalmente per sondare l’uso che gli utilizzatori della piazza ne avrebbero fatto, spontaneamente, e verificarne la resistenza all’usura, nella convinzione che cura genera cura. A distanza di 6 mesi, rileviamo che vengono utilizzate liberamente, creando aggregazione, dialogo, integrazione, valori molto cari a Don Gallo.

Concept

La proposta progettuale d’illuminazione scenografica permanente per piazza Don Gallo nasce dagli elementi valoriali emersi dopo un lungo percorso di ascolto del territorio.

Abbiamo cercato di rappresentare con la luce i valori espressi con forza dagli abitanti, utilizzandoli come perno per rilanciare la piazza e renderla un punto di interesse turistico e un luogo fruibile dai cittadini nella quotidianità.

Le linee guida della fase progettuale sono state:

– valorizzazione scenografica della piazza;

– connessione con le principali arterie di comunicazione del centro;

– integrazione dell’illuminazione pubblica;

– attenzione per le esigenze dei residenti e della comunità;

– valorizzazione dei valori fondanti di Piazza Don Gallo;

– sottolineatura dell’importanza che la vegetazione ha all’interno della piazza.

Il progetto integra diverse soluzioni legate all’utilizzo della luce: una seduta posta al centro della piazza intorno all’albero simbolo piantato nel 2014 in memoria di Don Gallo. Una seduta che vuol essere strumento di aggregazione e che al calar della sera si trasforma in lanterna luminosa per proiettare messaggi al suolo che ci parlano di inclusione, aggregazione, solidarietà, in 6 lingue differenti, proprio a testimonianza dell’interculturalità di questo luogo.

Su una delle facciate (edificio a est della piazza) abbiamo deciso di proiettare della vegetazione fuori scala, evocativa delle azioni intraprese dai cittadini negli anni. Un’illustrazione originale, creata appositamente per la piazza da Cristiano Ghirlanda e Marie Caroline Courbet, graphic designer.

Abbiamo prestato particolare attenzione affinché l’impatto dell’illuminazione fosse adeguato, scegliendo di utilizzare colori tenui per rendere più accogliente l’ambiente circostante. Grazie al mapping, oscurando la luce in prossimità delle finestre delle abitazioni, è stato possibile evitare di invaderle con la luce, in modo da non arrecare disturbo.

Anche nelle connessioni con il tessuto circostante la luce funge da collante: dopo aver individuato gli accessi principali alla piazza (2 da via Lomellini, 2 da via del Campo, 1 da piazza della Nunziata), abbiamo scelto i vicoli di connessione a Via Lomellini, strada di grande passaggio pedonale, per creare una segnaletica luminosa al suolo per accompagnare il visitatore al centro piazza, dove è collocata la seduta – lanterna.

Gli accessi alla piazza, quindi, oltre al toponimo, lanciano al visitatore anche il messaggio chiave del progetto, quello di comunità. Abbiamo scelto la parola comunità e, di nuovo, a rappresentare la multiculturalità che caratterizza la piazza, l’abbiamo declinata in 6 lingue differenti: italiano, inglese, francese, spagnolo, cinese e arabo.

Scheda tecnica

Per l’illuminazione scenografica della piazza sono stati impegnati n. 17 proiettori, per un consumo energetico complessivo di 2,7 KW, meno del consumo di un appartamento.

Tutte le sorgenti luminose utilizzate sono a led. I proiettori con consumi maggiori sono quelli destinati alla proiezione sulla facciata con un consumo ciascuno di 700W.

 

 

Progetto di lighting design: Stefania Toro

Illustrazioni di: Cristiano Ghirlanda, Marie Caroline Courbet

Partner illuminotecnici: Proietta srl, Space Cannon

Carpenteria in ferro: Gnstyle & Co S.R.L.

Committente: Comune di Genova

Ufficio Direzione Ambiente Energy Manager

Ufficio Direzione Rigenerazione Urbana – Urban Center