Un viaggio in rete alla scoperta delle nostre ultime metamorfosi

Prosegue il nostro viaggio da “u-mani digitali” – attraverso la piattaforma web distilled – alla scoperta delle nostre ultime “metamorfosi”. Questa seconda tappa è dedicata alla “rigenerazione urbana”. Due parole che hanno acquisito nel tempo una certa popolarità se pensiamo che, nel 2019, le troviamo complessivamente utilizzate qualche centinaia di volte (in tutte le fonti monitorate su web, social e press in lingua italiana) e che nel 2020 passano ad oltre 22mila menzioni, fino al record attuale, 21mila citazioni, e siamo solo a metà dell’anno.

Ma noi italiani – si sa – siamo creativi per natura e la “rigenerazione urbana” (come espressione, intendo) non ci basta. E così negli ultimi mesi abbiamo inventato decine di espressioni diverse per esprimere – in fondo – sempre lo stesso fondamentale concetto: abbiamo voglia di stare insieme e di fare (insieme) cose utili non soltanto per noi ma per tutta la comunità.

Da Firenze a Reggio Calabria, da Baselice a Treviso, non si contano le esperienze e i racconti di progetti per la rigenerazione dei nostri paesi, città, parchi o piazze all’insegna della sostenibilità e della collaborazione. E più le facciamo, queste esperienze, più ne parliamo e più abbiamo voglia di dar loro un bel nome. Ecco che compare il “civismo di prossimità”, le “passeggiate di mappatura e partecipazione”, i “design lab” per fare “design therapy” collettiva. C’è chi “ridisegna filiere” e chi costruisce “patti di collaborazione” (lo strumento formale e istituzionale che consente ai Comuni di dare vita ad organizzazioni ibride composte da enti, associazioni, singoli cittadini e realtà più o meno informali attive sul territorio). Qui sotto la wordcloud (Figura1).

E così a Firenze, cittadini e amministrazioni passeggiano in modalità ‘green’ per mappare il territorio, conoscerlo, fare esperienze di partecipazione ma anche di sensibilizzazione ambientale in vista dell’adozione del primo piano del verde della città. A Palermo, il “Quotidiano di Sicilia” si dota di una nuova rubrica dal lampante titolo “Luogo inComune” per accogliere le istanze della comunità e trasformarle in design urbano come risposta concreta ai bisogni delle persone.

A Reggio Calabria, dove “il Covid ha generato una nuova visione della quotidianità quasi un risveglio delle coscienze” – dicono – il Comune ha avviato un piano contro il degrado urbano che ruota proprio intorno alla collaborazione con i cittadini e alla valorizzazione delle forme di cittadinanza attiva che stanno interessando diverse zone degradate della città. Baselice, virtuoso comune in provincia di Benevento, ha recentemente lanciato una APP cittadina con l’obiettivo di dare (e ricevere) informazioni e suggerimenti. “Per ripartire, occorre rigenerare le relazioni sociali, civili ed economiche che legano gli abitanti del paese con interventi di co-progettazione e metodi di sussidiarietà – dichiara il Sindaco Ferella che, continuando, spiega che grazie alla App la comunità si è dotata “di uno strumento attraverso il quale i cittadini propongono interventi sul proprio territorio che si realizzano con il contemporaneo impegno dei cittadini proponenti e del Comune”.

A Cinisello Balsamo, in provincia di Milano, nelle ultime settimane, le attività di collaborazione con i cittadini per la salvaguardia dei beni comuni della città si sono arricchite di una nuova esperienza. Grazie al nuovo patto tra il Comune e la parrocchia di Sant’Eusebio saranno ripulite e curate le due antiche vie romane, il Cardo e il Decumano tra via Settembrini e parte di via Risorgimento. A Genova, il sindaco lancia il “Piano Caruggi”, un enorme progetto di recupero del centro storico della città attraverso la collaborazione con le associazioni. In provincia di Treviso, al centro della rigenerazione c’è il Parco dello Storga, con un accordo tra il territorio e la Cooperativa “Comunica”.

Insomma, la “comunità” è una cosa concreta: attivarla e coinvolgerla sembra essere il fattore decisivo delle numerose esperienze di rigenerazione urbana pubblicate e diffuse su web, social e press in Italia. E tra le parole chiave c’è certamente “co-progettazione”.

Un bellissimo articolo pubblicato su Vita ad inizio maggio, a proposito della co-progettazione, riporta l’espressione “antimafia sociale”. “Si supera infatti la logica di patrocini – scrivono – contributi economici di vario tipo alle associazioni […] Si entra invece nella logica della coprogettazione del welfare di area vasta negli ambiti territoriali sociali. Si configura un polo dell’interesse generale con “finalità civiche solidaristiche e di utilità sociale”in grado di interagire con quello degli interessi pubblici”.

Tra gli influencer di queste tematiche spicca certamente Vita e si conferma Labsus, il Laboratorio per la sussidiarietà, che in un suo recente articolo approfondisce il tema della partecipazione, distinguendo come questa debba essere “trasformativa”. Insomma, non la ciliegina sulla torta o la foglia di fico per farsi belli, ma una partecipazione che lasci il segno in termini di idee, decisioni pubbliche, impatto sulle persone.

Oltre a questi due principali ed esperti interlocutori, in questi primi mesi del 2021, ne emergono altri due: l’Associazione dei Beni Comuni Stefano Rodotà (https://abcbenicomuni.it/) impegnata nella difesa e nella promozione dei beni comuni e pubblici che – tra le altre cose – ha istituito il premio “Commons’ Heroes” per ricordare ogni anno le persone che maggiormente si sono distinte nel raggiungimento di questi obiettivi, ottenendo risultati tangibili; e la piattaforma “Riusiamo l’Italia” (http://www.riusiamolitalia.it ) che promuove azioni e progetti di semplicità civile (figura 2). Una piattaforma libera, gratuita e facile da usare per mettere a fattore comune luoghi abbandonati con progetti collettivi.

“Roba”, anche questa, da “u-mani digitali” (vien da dire).

L’articolo è stato pubblicato sul blog 6memes del gruppo MAPS. Qui l’articolo originale.

Stefania Toro

I libri di scuola ci insegnano che la luce è un’onda elettromagnetica che si propaga nel vuoto e che dobbiamo la nostra vita a quella solare. Ma chi di questa forma d’energia ha fatto il proprio lavoro sa che c’è molto di più da raccontare. La luce è anche intuizione, studio e progetto. La luce è cultura e ce ne parla Stefania Toro, socia di Condiviso, architetta e lighting designer, in questa breve chiacchierata.

 

Stefania, quanto conta la luce nelle nostre vite?

(S) La luce, sia essa naturale o artificiale, è molto importante poiché può incidere sullo stato d’animo ed emotivo di una persona. Ad esempio, uno spazio pubblico all’aperto mal illuminato può generare senso di insicurezza ed angoscia, o viceversa, se ben illuminato e volto a valorizzare l’architettura del luogo può incidere sulla percezione di sicurezza ed invogliare le persone ad attraversare quello spazio.

 

Tu sei lighting designer, un mestiere che non tutti conoscono. Puoi spiegarmi chi sono e cosa fanno le/i lighting designer?

(S) Il lighting designer è un professionista che si occupa della progettazione dell’illuminazione di uno spazio aperto o di un ambiente interno. Il lighting designer molto frequentemente lavora in team con altri professionisti ed insieme a loro si prefigge l’obiettivo di valorizzare lo spazio che illuminerà.

 

In quali ambiti, settori o circostanze è maggiormente richiesto l’intervento di questә professionista?

(S) In genere in ambito teatrale, architettonico e urbanistico. In Italia non è ancora visto come un professionista necessario alla stesura di un progetto insieme ad ingegneri e architetti. Purtroppo, dobbiamo fare ancora molta strada in questo senso.

 

Come ha inizio un progetto luminoso?

(S) Si parte dall’analisi del contesto e dalle necessità del committente. Ci si pone obiettivi comuni e, con un lavoro di squadra molto minuzioso, si cerca di assolvere a tutte le necessità, nel rispetto di vincoli paesaggistici, architettonici e delle normative in vigore.

 

Qual è il tipo di tecnologia che utilizzi di più? 

(S) Sempre più spesso, e direi quasi esclusivamente, si utilizza la tecnologia a led che negli ultimi anni ha fatto passi da gigante in termini di tecnologia, caratteristiche tecniche e resa illuminotecnica.

 

Ti sei fatta un’idea di quale caratteristica non debba mai mancare in un allestimento luminoso di successo per essere considerato tale?

(S) Sì: l’aspetto emozionale. Ogni progetto deve essere studiato per valorizzare il contesto, anche quello meno stimolante esteticamente, accogliere le persone ed emozionarle.

 

Sicuramente ti ricordi ogni dettaglio del progetto più bello e importante della tua vita. Ci racconti qualcosa al riguardo? 

(S) Il progetto più stimolante affrontato e realizzato è stato quello per la Manifattura Tabacchi di Cagliari, primo vero progetto importante in termini di metratura ma anche per l’importante significato in termini di rigenerazione urbana, poiché ha permesso la ristrutturazione di un’area abbandonata da anni permettendone la rinascita come polo per la creatività aperto al tessuto urbano.

Un altro progetto a cui sono molto legata è un piccolo intervento temporaneo di lighting, una proiezione sulla facciata dell’Hennebique nell’area portuale di Genova. Una proiezione su un edificio dal forte valore simbolico, un ex silos granaio, da tempo destinato all’abbandono. Un intervento che ha acceso il dibattito pubblico su quell’area.

 

Domanda diretta a cui ti chiedo di rispondere di getto: mi dici un aspetto positivo e uno negativo del tuo lavoro?

(S) Positivo: lavorare con professionisti differenti. Questo mi permette una grossa crescita professionale continua.

Negativo: spesso è un lavoro non compreso, viene confuso con quello di chi disegna lampade. È necessario lavorare il doppio poiché alla base bisogna educare alla cultura della luce.

 

Esiste un progetto di cui ti sarebbe piaciuto essere l’autrice, ma che ha creato un’altrә professionista?

(S) Il progetto dell’illuminazione del Mucem di Marsiglia, realizzato dal lighting artist Yann Kersalè.

 

Perché consiglieresti a qualcuno di diventare un lighting designer? 

(S) Perché è un lavoro creativo, stimola l’immaginazione, migliore la percezione dello spazio nelle persone, contribuisce al benessere psicofisico. È un lavoro che ti forma continuamente poiché ti permette di lavorare con professionisti differenti specializzati in ambiti differenti (architetti, ingegneri, paesaggisti, agronomi, sociologi, antropologi…).

 

Parli spesso di Women in Lighting. Di cosa si tratta? 

(S) Un network internazionale che unisce professioniste donne che operano del settore della progettazione illuminotecnica.

 

Qual è la cosa più strana che ti è successa lavorando ad un progetto di lighting design? 

(S) Più che strana direi interessante. Per il progetto dell’illuminazione dei percorsi e di alcune vasche dell’Acquario di Genova, abbiamo dovuto osservare gli animali e parlare con i biologi che ci hanno illustrato comportamenti, tempi di veglia, colore della luce necessario a non interferire con i bioritmi degli animali. Un progetto dove il discorso dell’interdisciplinarietà si è reso necessario.

 

Un’ultima domanda a bruciapelo: luce calda o fredda? 

(S) A seconda dell’intervento è necessario utilizzare temperature della luce differenti. Normalmente la luce bianca calda viene impiegata per gli interni delle abitazioni ma anche degli uffici, mentre la luce bianca fredda, ovvero quella che va oltre i 4000 gradi Kevin, viene scelta per illuminare grandi spazi aperti o piani di lavoro destinati alla preparazione gastronomica. Scegliere il giusto colore della luce è anche importante per esaltare ad esempio l’effetto suggestivo degli arredi. È bene sottolineare che non esiste una regola generale per quanto riguarda la scelta del colore della luce delle lampadine, e ciascuno può scegliere in base alle proprie esigenze di illuminazione e alle proprie preferenze. Tuttavia, è pur vero che la tonalità della luce influisce molto a livello psicologico e determina degli stati d’animo a seconda della sua intensità.

Foto: grazie a Formalighting e Women in LightingItaly.

ILLUMINIAMO LA DIGA FORANEA

12 LIGHTING DESIGNER PROVENIENTI DA TUTTA EUROPA

SI INCONTRANO A GENOVA PER RIDISEGNARE IL PORTO CON LA LUCE

CON IL WORKSHOP “SPAZIO DARSENA LIGHTING” DAL 17 AL 20 GIUGNO

 

Da giovedì 17 giugno a domenica 20 giugno, 12 lighting designer provenienti da tutta Europa si riuniscono a Genova per progettare un’installazione di luce sulla diga foranea di Genova. Il laboratorio internazionale è realizzato da Condiviso, spazio collaborativo, in partnership con U-Boot, nell’ambito di Zones Portuaires Festival. La manifestazione vede anche la collaborazione dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale.

Dopo il successo dei precedenti workshop (Spazio Darsena Architettura nel 2017 e Spazio Darsena Design nel 2018), Condiviso lancia 4 giornate di laboratorio dedicate al Porto di Genova e al lighting design, la progettazione della luce finalizzata alla rigenerazione urbana.

Per la prima volta in Italia si riuniscono 12 progettiste donne della luce (che fanno parte della rete internazionale “Women In Lighting”), per confrontarsi e progettare insieme un’installazione illuminotecnica che sarà realizzata sulla Diga Foranea. L’iniziativa intende mostrare come si possano rigenerare luoghi – normalmente non accessibili – attraverso un uso sapiente della luce e come sia possibile valorizzarli “accendendo” su di essi anche l’attenzione del pubblico.

La filosofia del lavoro di progettazione dell’installazione sarà quello di immaginare una città senza confini e divisioni, avere il senso generale del territorio come di uno spazio urbano unico, capace di essere fruibile sia di giorno che di notte.

Il progetto gode del patrocinio di ADI, Associazione nazionale per il Disegno Industriale, e ha come partner di progetto Space Cannon, azienda italiana leader nella realizzazione di impianti luminosi.

Il laboratorio si apre giovedì 17 giugno alle 14,30 presso Condiviso (Calata Andalò di Negro, 16) con il benvenuto da parte delle organizzatrici Maria Pina Usai e Maria Elena Buslacchi (U Boot Lab) e Stefania Toro (Condiviso) e con l’intervento dell’Ing. Marco Vaccari dell’Autorità di Sistema Portuale del Mar Ligure Occidentale dedicato al progetto della nuova diga.

Il laboratorio vede la partecipazione di Beatrice Bertolini, Lighting Designer, coordinatrice IALD UK, Londra; Camila Blanco, Lighting Designer, Milano, Italia; Giorgia Brusemini, Designer Ambasciatrice Italiana Women in Lighting, Milano, Italia; Chiara Carucci, Lighting Designer, IALD Svezia,, Stoccolma, Svezia; Simona Cosentino, Lighting Designer, Torino, Italia; Martina Frattura, Lighting Designer, Lisbona, Portogallo; Giusy Gallina, Lighting Designer, Torino, Italia; Liliana Iadeluca, Lighting Designer e Lightpainter, Genova, Italia; Marta Mannino, Lighting Designer, Bergamo, Italia; Carla Morganti, Lighting Designer, Parigi, Francia; Sarah Elise Sartore, Lighting Designer, Bergamo, Italia; Stefania Toro, Lighting Designer, Genova, Italia.

 

*Condiviso – Evento Bastimento

Condiviso è un consorzio cooperativo attivo a Genova dal 2015. E’ composto da 12 diverse realtà professionali che operano nell’ambito dei servizi all’impresa (marketing e comunicazione), della progettazione partecipata, progettazione sociale e culturale, rigenerazione urbana. Gestisce uno spazio di coworking nella vecchia Darsena di Genova.

Evento Bastimento è una manifestazione culturale nata nel 2015 per la promozione, valorizzazione, sviluppo condiviso della Vecchia Darsena di Genova, progettata e realizzata da Condiviso, spazio collaborativo, attraverso micro-interventi temporanei o permanenti, risultato di un costante processo di progettazione partecipata.

www.condiviso.coopwww.eventobastimento.it

 

*U BOOT Lab – Zones Portuaires

Zones Portuaires è un progetto interdisciplinare dedicato alle Città di Porto, che promuove l’incontro e lo scambio tra il mondo al di là delle cinte doganali e lo spazio urbano. Nato a Marsiglia nel 2008, dal 2015 Zones Portuaires si tiene come Festival anche a Saint Nazaire sull’Atlantico e a Genova. Negli anni il Festival si è evoluto in un progetto ampio e costante, configurandosi come un dispositivo che attiva percorsi di ricerca e azione culturale. A Genova il progetto è curato dall’Associazione U BOOT Lab e promosso da Incontri in Città DAFiSt UniGE.

www.zonesportuaires-genova.net

 

*Space Cannon

Azienda leader italiana nelle grandi installazioni di luce, Space Cannon nasce nel 1988 grazie alla genialità di Bruno Baiardi, che per primo intuì la potenzialità della luce e dell’illuminazione come potente strumento di comunicazione. Sfidando il buio della notte, Baiardi dà vita a palazzi, stadi, ponti, grattacieli. E Space Cannon finisce per illuminare il mondo: le Petronas Towers di Kuala Lampur, la Casa Bianca, il circuito di Formula 1 di Shanghai, il ponte di Nanchino, il museo dei Giochi Olimpici di Olympia, la sede del Quirinale, il Casinò di Venezia, il campanile del Duomo di Alessandria, i concerti di Vasco Rossi a Milano e di Paul McCartney a Roma, il carnevale di Rio de Janeiro per arrivare all’installazione più commovente: Tribute in Light, a ricordo delle vittime della tragedia presso le Twin Towers.

https://www.spacecannonsne.it/