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Noi italiani: cittadini “storti”, super attivi e plurali

Un viaggio in rete alla scoperta delle nostre ultime metamorfosi

 

Come “u-mani-tà digitale”, inizia un nuovo viaggio – attraverso la piattaforma web distilled – alla scoperta delle nostre ultime “metamorfosi”. In un contesto – non solo dettato dalla pandemia – in cui, da un lato la tecnologia riduce complessità e aumenta responsività, e dall’altro cerchiamo destini collettivi, nasce un percorso che si interroga sui nostri nuovi (o più recenti) comportamenti.

Questo primo articolo (di quattro) tratterà di cittadinanza attiva e di educazione alla cittadinanza. Al grido di “insieme si può!”, il web e i social pullulano di esperienze grandi e piccole, dal basso e dall’alto, nelle grandi città o nei piccoli comuni. Un recente “Punto” di Paolo Pagliaro, andato in onda qualche settimana fa su La7 e riportato anche online, sottolineava come “nonostante restrizioni, quarantene e divieti, anche nel primo anno di epidemia circa 800 mila italiani hanno dedicato tempo libero e risorse alla cura dei beni comuni.” Una capacità di essere attivi e attenti che non si ferma (davanti a nulla, verrebbe da dire) anche -senza dubbio – supportata dalla tecnologia.

Nel secondo articolo – tra qualche mese – dai cittadini attivi si passerà alle comunità attive. Navigheremo nel web e nei social alla ricerca di tutte quelle esperienze – anche in questo caso numerosissime – che vedono la collaborazione tra la cosiddetta “società civile” e gli enti e le amministrazioni del territorio per la gestione di luoghi (non solo fisici), la costruzione di comunità (anche virtuali), la risoluzione collettiva di problemi. Come Labsus (il Laboratorio per la sussidiarietà www.labsus.org ) ci insegna, abbiamo una certezza: “le persone sono portatrici di capacità che, messe a disposizione della comunità, contribuiscono a dare soluzione, insieme con le amministrazioni pubbliche, ai problemi di interesse generale”. Insomma, una “economia della cura” che la pandemia da corona-virus rende ancora più preziosa, perché reale, collettiva, utile. In una positiva tensione con la tecnologia digitale, che aiuta, supporta, consente di fare anche quando dal vivo, insieme, non si può stare.

Dalle città alle campagne, il terzo tema tratterà dei nuovi agricoltori: “sacerdoti della terra tra ecologia e tecnologia”. Dall’enciclica Laudato Sì di Papa Francesco sull’”ecologia integrale” alle nuove scoperte in ambito agri-food tech, il mondo della produzione agricola sta vivendo un rinnovato rinascimento: lo conosciamo? Siamo pronti a sposare una innovazione tecnologica che deve fare bene i conti con l’etica e la sostenibilità? Da consumatori consapevoli a portatori di interesse, il nostro percorso di miglioramento – individuale e collettivo – passa attraverso l’azione e il saper fare (anche tecnologico).

Con la metafora delle mani che seguono il pensiero, concluderemo il viaggio con un argomento che non può mancare quando si tratta di “u-mani” e di saper fare: sono gli artigiani, colonna portante della nostra economia e custodi di un saper fare antico. Come stanno affrontano la realtà di oggi tra innovazione di prodotto, di processo e di sistema?

Ma prima di arrivare lì, torniamo al punto di partenza perché dall’inizio dell’anno ad oggi oltre 3900 clip – articoli online e su carta, post e tweet sui social, trasmissioni online e opinioni sui blog – hanno menzionato i temi della cittadinanza attiva, dell’educazione alla cittadinanza e della costruzione di comunità, offrendo uno spaccato dell’Italia di oggi, maturo, sensibile e pronto ad intervenire.

La word cloud generata (figura 1) ci offre alcuni interessanti spunti. Il primo riguarda i beni confiscati alla mafia e la comunicazione che si genera intorno ad essi: il covid-19 non ferma il percorso virtuoso e costruttivo di associazioni, imprese sociali, cooperative o liberi cittadini che prendono in carico questi beni e li rigenerano. Esperienza diversa (ma analoga per viralità) anche la “Carta di Carditello”: nella Terra dei Fuochi si dà l’avvio a sperimentazioni virtuose per il recupero delle aree dove si verifica l’abbandono dei rifiuti. Anche qui, cittadini e comitati protagonisti di forme di volontariato, in questo caso ambientale. Ma non solo.

Un altro spunto lo offre la scuola, da nord a sud, coinvolta in mille polemiche tra didattica a distanza e azioni di distanziamento. Decine e decine sono le iniziative – che la tecnologia aiuta a realizzare e a diffondere – a supporto dei ragazzi contro la povertà educativa e delle famiglie con iniziative a sostegno della genitorialità. Molto interessanti le esperienze “ibride”: fare lezione all’aperto, sia con libri che con tablet, prendendosi cura non solo dell’educazione di grandi e piccoli ma anche dello spazio verde che ospita l’attività.

Non mancano – in questa carrellata dei 3900 contenuti, circa 50 al giorno in media – esperienze esclusivamente virtuali come l’ultima edizione della Smart Week di Milano sul tema della Città “Equa e Sostenibile”, così ufficialmente presentata: “l’equità è una condizione indispensabile in questo periodo storico per rigenerare un sistema che veda un rapporto più armonico tra tutte le sue parti. La sostenibilità è sempre più un passaggio di conoscenza tra le generazioni, proprio in un momento in cui società, economia e ambiente hanno molti più gradi di interazione fra loro”.

La città “smart” è citata in minima parte, un segnale debole che lancia però un tema forte: quello della “social smart city”. Lo porta alla ribalta “Cives”, il laboratorio sul bene comune, che ha organizzato – proprio in queste settimane – a Benevento un interessante dibattito sulle città del futuro, sottolineando come una smart city non possa essere “solamente” una città tecnologica.

“Un modello di smart city alternativo è quello in cui è possibile utilizzare in chiave creativa le tecnologie potenziando le possibilità di partecipazione dei cittadini, attivando processi di rigenerazione urbana, sostenendo processi comunitari per l’attivazione di nuovi servizi progettati dagli utenti stessi adottando processi deliberativi e anche diversificando gli approcci per costruzione di aree culturali urbane. La smart city, citando il sociologo Sennett è una città storta (come i centri storici di origine medievale), aperta e modesta” (dall’intervento di Marino Cavallo, responsabile dell’ufficio ricerca e innovazione della città metropolitana di Bologna, ospite dell’evento).

Sarà forse questo uno dei modi per esprimere la nostra “u-mani-nità digitale”?

#cittadinanzaattiva #cittadinidigitali #umanidigitali #smartcity #socialsmartcity

L’articolo è stato pubblicato sul blog 6memes del gruppo MAPS. Qui l’articolo originale.