Chi è il whistleblower
Il whistleblower è la persona che segnala un illecito, una frode o una situazione di pericolo emersa sul posto di lavoro, per proteggere il bene comune. Non è un delatore e non agisce per interesse personale: spesso si espone a un costo, e lo fa perché ritiene che il silenzio sia peggio. Questa figura può essere un dipendente, un ex dipendente, un collaboratore, un fornitore o un cliente che, venuto a conoscenza di pratiche scorrette, decide di segnalarle attraverso canali appropriati.
Per molto tempo il dibattito si è concentrato sulla persona che segnala. La campagna di quest’anno sposta lo sguardo: la trasparenza non è un atto eroico isolato, è una cultura che un’intera comunità decide di costruire.
Da gesto individuale a cultura condivisa
Una segnalazione funziona solo se l’ambiente intorno la rende sicura. Servono canali affidabili, regole chiare e soprattutto persone consapevoli che segnalare è legittimo e protetto. È qui che il tema smette di essere giuridico e diventa culturale: riguarda il modo in cui un’organizzazione tratta la verità scomoda.
Il Whistleblowing non è solo uno strumento di contrasto alla corruzione ma è un vero e proprio atto di cittadinanza attiva e responsabilità civile.
Per una cooperativa come Condiviso, abituata a lavorare con metodi partecipativi, questo terreno è familiare. La trasparenza non si impone dall’alto, si coltiva coinvolgendo le persone.
La legge che protegge chi segnala
Dal 2023 questa cultura ha anche una cornice normativa precisa. Il D.Lgs. 24/2023, che recepisce la Direttiva UE 2019/1937, obbliga enti pubblici e aziende private con almeno 50 dipendenti, o dotate di modello 231, ad attivare canali di segnalazione sicuri e riservati. La legge tutela il segnalante dalle ritorsioni e affida ad ANAC un ruolo di vigilanza.
La norma, però, da sola non basta. Un canale esiste davvero solo quando le persone sanno che c’è, sanno come usarlo e si fidano.