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La cura e lo scambio dei dati – intesi come informazioni, conoscenza, valori – sono tra i fattori fondativi e distintivi nella costruzione e crescita di comunità. Questo è il tema portante del viaggio di quest’anno attraverso web, social e press. Proveremo a monitorare tre tipologie di comunità e a vedere cosa emerge, cosa impazza, cosa diventa trendy nel nostro infinito navigare digitale.

La prima comunità che toccheremo sarà quella “virtuale”, mondi che si incontrano grazie a tecnologia e connessioni, nuovi nomadi e nuovi stili di vita. Opzioni diverse per costruire il futuro (o per rappresentarlo). La seconda comunità di cui cercheremo i segnali e verificheremo gli effetti (in ambito comunicazione) sarà quella “scientifica”, così coinvolta, impegnata e – di conseguenza – citata, in questi anni di pandemia. Per sua stessa natura, è innovativa, internazionale, fluida. Infine, andremo ad osservare cosa succede alle comunità “ad alto impatto sociale”, come le comunità educanti, le comunità dedicate alla cura delle persone e degli spazi comuni. Così attente (e insostituibili) nella costruzione di inclusione e democrazia.

Ad un primo colpo d’occhio – one shot su web e social in queste ultime settimane – lo spaccato appare particolarmente interessante. Le comunità per la ricerca scientifica occupano l’84,5% della comunicazione a discapito di quelle educanti (13,9%) e di quelle virtuali (1,6%), come si può vedere nell’immagine 1.

Immagine 1 / Share of voice, mese di marzo 2022.

Da questa prima navigazione, curiosando nel mondo delle comunità “virtuali”, oltre a vari gruppi di fan e appassionati (al primo posto in assoluto gli ammiratori dell’attore Can Yaman, in questi giorni impegnato nelle riprese di una serie TV), emerge un acceso dibattito intorno al “sistema Facebook”. Da un lato, una sentenza della Corte di Cassazione del 9 febbraio 2022, ha affermato che “assumono valore indiziante rispetto alla commissione di un reato anche le forme di gradimento espresse attraverso il like sul social network Facebook” (vedi Altalex.com, “Social network, il like su post antisemiti è grave indizio di istigazione all’odio razziale” del 18 febbraio), dall’altro, aumenta la curiosità intorno al “metaverso”. Questo termine, coniato da Neal Stephenson in Snow Crash, libro di fantascienza cyberpunk pubblicato nel 1992, indica una realtà – distaccata rispetto al mondo reale – accessibile attraverso il proprio avatar (corpo digitale) grazie ad internet. Secondo Zuckerberg, il creatore di Facebook, basta avere un browser a cui connettersi, scegliere la comunità virtuale a cui accedere e poi indossare i suoi “occhiali speciali”.

E sono, senza dubbio, “occhi speciali” quelli con i quali la comunità scientifica ha osservato il mondo e lavorato in questi ultimi due anni. È la comunità più citata e menzionata, per ovvie ragioni. I “top themes” che emergono intorno ad essa (vedi Immagine 2) ne rilevano l’importanza e l’attenzione. Ovviamente è tutto incentrato sul Covid-19.

Immagine 2 / Wordcloud “comunità scientifica”.

Nelle ultime settimane, oltre agli aggiornamenti sull’andamento della malattia e alle nuove regole che stanno entrando in vigore, si riaccende il dibattito sulle cause della pandemia grazie ad un articolo pubblicato sul Corriere della Sera ad inizio marzo e diventato virale. Giorgio Palù, virologo, presidente dell’Agenzia italiana del farmaco, intervistato da Margherita De Bac, rilancia l’ipotesi che a scatenare la pandemia sia stato un virus fuoriuscito involontariamente da un centro di ricerca. “Il ceppo prototipo di Wuhan […] e tutte le varianti che ne sono derivate, presentano una caratteristica affatto peculiare. Nel gene che produce la proteina Spike (quella che il virus utilizza per agganciare la cellula da infettare), appare inserita una sequenza di 19 lettere appartenente ad un gene umano e assente da tutti i genomi dei virus umani, animali, batterici, vegetali, sinora sequenziati. La probabilità che si tratti di un evento casuale è pari a circa una su un trilione”. L’articolo approfondisce vari aspetti sull’origine della malattia e auspica, come più volte richiesto dall’OMS e dalla comunità scientifica, la collaborazione delle autorità cinesi.

Neanche a farlo apposta, sono proprio “condivisione” e “accoglienza” le due parole che contraddistinguono in queste settimane le notizie pubblicate intorno al tema della comunità educante. Spicca per viralità, un intervento del Papa in occasione del cinquantenario di una scuola cattolica milanese. Queste le parole con le quali si è rivolto agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie: “c’è bisogno di fare squadra, di crescere, non solo nelle conoscenze, ma anche nel tessere legami per costruire una società più solidale e fraterna. Perché la pace, di cui abbiamo tanto bisogno, si costruisce artigianalmente attraverso la condivisione. Non ci sono macchine per costruire la pace, no: la pace sempre si fa artigianalmente”.

Inutile rimarcare che, di questi tempi, navigando su web e social alla ricerca di comunità, una soltanto, davvero emerge su tutte. È quella ucraina, suo malgrado. #nowar #nessunaguerra

Don Andrea Gallo

Con la vignetta di Vauro che raffigura Don Andrea Gallo sorridente con il palmo della mano alzata e grazie alla partecipazione di tantissimi amici di Don Gallo – da Simone Cristicchi a Vladimir Luxuria, da Dario Vergassola a Dori Ghezzi, giusto per citarne alcuni tra i più noti – è partita la campagna per donare il 5×1000 alla Comunità di San Benedetto.

Ricordare Don Andrea e la Comunità, farlo con l’energia e l’ironia che li contraddistingue, è la chiave di questa campagna che, sui social e sui media locali e nazionali, ha suggerito di inserire il codice della Comunità 02471280103 nello spazio apposito sulla dichiarazione dei redditi e intitolato “sostegno del volontariato e delle altre attività non lucrative di utilità sociale”.

A chi compila la dichiarazione non costa nulla, mentre per la Comunità è un aiuto prezioso. È anche così che portiamo avanti l’eredità di Don Gallo.