Progettazione culturale.
Analisi delle potenzialità, studi di fattibilità, ideazione e progettazione, mappa degli stakeholder e relazioni pubbliche, business plan e budgeting, ricerca bandi, piano di comunicazione, immagine coordinata, supporto alla gestione di progetto, rendicontazione.
Con un approccio multidisciplinare e una forte attenzione alla costruzione di reti, forniamo un’assistenza completa, finalizzata all’ elaborazione di strategie culturali adatte ad esprimere ed affermare l’identità e la visibilità di enti, istituzioni, associazioni ed imprese, e di progetti di valore per il territorio.

“Il racconto entusiasmante di chi, giorno dopo giorno, narra delle ricerche, dei risultati, delle vicende professionali e personali di tanti ricercatori e manager dell’IIT”

Si presenta così il primo numero del magazine IIT OpenTalk che abbiamo realizzato insieme alla Direzione Comunicazione e Relazioni Esterne dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). Un viaggio fatto di articoli, interviste, rubriche e testimonianze del lavoro svolto e raccontato dai ricercatori dell’IIT, con lo scopo di offrire ai lettori la possibilità di addentrarsi nel mondo della divulgazione scientifica.

Grazie al lavoro degli scienziati di IIT e, in particolare, del nuovo Direttore Scientifico Giorgio Metta e del Direttore Responsabile della Comunicazione Claudio Rossetti, che hanno trasformato in parole i risultati delle loro ricerche, il magazine ci trasporta, solo per citare alcuni articoli, dal “Bilancio 2019: migliorano i risultati. Cambio al vertice nel segno della continuità”, un’intervista a Gabriele Galateri di Genola, per comprendere i recenti cambiamenti all’interno dell’istituto; passando per “L’impegno nella ricerca farmacologica per sconfiggere le malattie rare, di Francesca Pasinelli, e ancora “Essere scienziato ai tempi del Coronavirus, con Arianna Traviglia, oppure “Genova modello per il paese, un’intervista al sindaco di Genova Marco Bucci, fino a “Plastica: usare con cautela. Il lavoro del laboratorio Smart Materials di IIT”, di Athanassia Athanassiou, “L’Italia e l’Europa in corsa per i nuovi farmaci anti-Covid”, con Tiziano Bandiera; per concludere poi con “Quello che gli occhi non vedono: storia di un pezzo di vetro e dell’arcobaleno” di Alberto Diaspro, per addentrarsi nel mondo della microscopia.

Per questo bellissimo progetto, una collaborazione stimolante, di cui andiamo orgogliosi, ci siamo occupati di progettazione grafica, illustrazione, impaginazione ed editing.

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LA LUCE COME STRUMENTO ED ELEMENTO FONDAMENTALE DI RIGENERAZIONE URBANA

In Italia, sempre più in questi ultimi anni, si sente parlare di rigenerazione urbana e riqualificazione dello spazio urbano. Se ne parla come di un’urgenza da risolvere, come se improvvisamente ci si fosse accorti che gli spazi che l’uomo ha creato, non fossero più vivibili: pericolosi, senza un’anima, anonimi, freddi, angusti.

Esempi concreti ci mostrano, però, che a volte con una progettazione architettonica e urbanistica “illuminata” si è riusciti a creare luoghi a misura d’uomo, vivibili ed accoglienti anche di notte.

Kersalè Museè Quai Brandly   

Yann Kersalè, lighting designer

Jean Nouvel, architetto Museo QUAI BRANLY, Parigi, 2006 (foto fonte: YK office)

   

 Yann Kersalè, lighting designer

Rudy Ricciotti, architetto – MUCEM Marsiglia, 2013 (foto fonte: YK office)

Spesso ci troviamo ad ereditare non-luoghi, come li chiama l’antropologo Marc Augé, luoghi in cui le persone transitano, ma che nessuno abita. Le soluzioni, a cui si ricorre più frequentemente per risolvere questo problema, sono costituite da interventi di ristrutturazione, aperture di spazi deputati ad animare commercialmente l’area (quindi abitarla), abbattimento di edifici e, dulcis in fundo, integrazione dell’illuminazione pubblica sostituendo le lampadine con sorgenti a led e, magari, aggiungendo qualche lampione stradale. Si traduce, cioè, il concetto di mancanza di sicurezza in aumento di luce diffusa tramite lampioni: l’illuminazione, quindi, viene concepita come uno strumento e non come una dimensione dell’abitare la città, sia per i centri storici che per i luoghi periferici.

Di chi la responsabilità? Di amministratori poco preparati? O di progettisti che non si affidano a professionisti specializzati?

A mio avviso l’unica grossa responsabilità risiede nell’assenza di cultura della luce. Non siamo riusciti a farci influenzare abbastanza dai paesi europei che da anni portano avanti questa disciplina, anche se da qualche anno a questa parte, ad essere sinceri, qualche passo in più si sta facendo, prevalentemente nell’utilizzo della luce come elemento artistico decorativo presente in vari Festival della Luce (Torino, Livorno, Brescia e altri).

 

Luci d’Artista, Torino. (foto fonte: www.exibart.com, www.italybyevents.com)

 

Festival della Luce, Livorno.   (foto fonte: www.ilruspante.news)

Cidneon Festival, Brescia. (foto fonte: www.kel12circle.com)

Ho lavorato qualche anno in Francia, paese in cui mi sono formata sul campo. Ho imparato il mestiere di lighting designer, professionista che si occupa della progettazione dell’illuminazione. Una figura chiave, un elemento determinante per completare il progetto dell’architetto, dell’ingegnere, dell’urbanista, del paesaggista. Senza quella specifica professionalità ho sempre pensato che il progetto non potesse essere completo. Non potesse essere vivo di notte, al buio. Non potesse essere altro.

Il lighting designer deve progettare con gli architetti, deve contribuire da subito alla visione dei professionisti con cui collabora. Deve poter influenzare il progetto.

Lo studio consapevole e quindi l’utilizzo della luce attribuiscono un valore aggiunto al progetto, permettendo ai luoghi di essere rigenerati. Volendo, esclusivamente con la luce, possiamo occuparci di rigenerazione urbana. Possiamo riappropriarci dei nostri non-luoghi.

Ma quando parlo di studio della luce non parlo di lampioni stradali. Parlo di valorizzazione del patrimonio storico che permette, di riflesso, di ridisegnare i percorsi della città. Parlo di luci di accento, parlo di illuminazione scenografica.

Parlo di scenografia luminosa dello spazio urbano. Sicuramente più semplice da realizzare in contesti ricchi di patrimonio storico o architettonico, più difficile in spazi urbani periferici dove difficilmente si trovano elementi interessanti da valorizzare. Ma un preparato lighting designer sa comunque come intervenire, eventualmente aggiungendo elementi che possano arricchire il paesaggio urbano.

 

Yann Kersalè, lighting designer, Dock’s Saint Nazaire, 1992

rigenerazione dell’ex base sottomarina e area portuale dismessa.  (foto fonte: YK office)

 

Studio Lightdesign, lighting design, Tokyo, 2014

rigenerazione tetto in periferia a Tokyo. (foto fonte: www.lightdesign.jp)

 

Giovanna Bellini, progetto illuminazione Pescherie, Mantova, 2016 (foto: www.bibliotea.teaspa.it)

   

LightandDesign, lighting design, Derry Londonderry, Irlanda del Nord. Valorizzazione del patrimonio storico.

(foto fonte: www.lightanddesign.co.uk )

Sono fortemente convinta che, grazie all’utilizzo delle più avanzate tecnologie e ad una attenta e consapevole progettazione, messa in sicurezza e facilitazione dei flussi pedonali all’interno delle città, si possa raggiungere progressivamente lo scopo di una rigenerazione urbana duratura, volta alla valorizzazione del patrimonio culturale inteso non solo come corpus di beni materiali, ma anche e soprattutto come percorso esperienziale.

Bisogna entrare nell’ottica che lo studio consapevole dell’illuminazione delle nostre città è e deve essere un’urgenza. Per non perderci nell’oblio di spazi che non ci appartengono.

Inoltre credo che la progettazione della luce non debba essere solo delegata al progettista, ma debba essere vista come un percorso che riguarda la collettività, quella stessa collettività che usufruisce degli spazi. Prendersi cura di un’area degradata tramite interventi attenti e minuziosi genera un nuovo attaccamento ai luoghi da parte di chi quei luoghi abita, generando e incentivando comportamenti virtuosi di presa in cura dello spazio di riferimento.

Una mirata e condivisa progettazione focalizzata sugli spazi aperti può essere elemento trainante di questo processo di cambiamento, di un nuovo modo di leggere e “usare” una parte di città.

Si deve migliorare l’illuminazione dei percorsi pedonali, progettando la luce come integrazione dell’attuale illuminazione pubblica, con l’obiettivo di migliorare la percezione degli spazi ed esaltarne le caratteristiche.

In questo modo si otterrà un impatto sociale, di trasformazione di luoghi sottoutilizzati attraverso interventi di rigenerazione urbana che partono anche dal basso, da esigenze concrete scaturite da analisi, discussioni, studi, workshop realizzati sul territorio.

Come diceva Ugo La Pietra bisognerebbe pensare a come far sentire le persone “a casa propria” anche la notte, attraverso un progetto adeguato della luce.

 

AUTRICE: Stefania Toro, lighting designer, fondatrice di Condiviso cooperativa consortile, membro del direttivo di ADI Liguria e di Women in Lighting Italia.

Coopseurope General Assembly

Parigi, aprile 2015
Genova, settembre 2015

Condiviso ha partecipato con una certa curiosità allo YOUNG EUROPEAN COWORKING NETWORK, organizzato da COOPERATIVES EUROPE a margine della sua Assemblea Generale a Parigi. Insieme ad altri 60 cooperatori da tutta Europa abbiamo cominciato con ice breaker game per sentirci a nostro agio e provare a parlare dei principi e valori alla base di un nuovo network europeo, che metta in rete le buone pratiche, le idee e le opportunità di business e, allo stesso tempo, esprima dei rappresentanti che possano portare le istanze dei giovani del movimento cooperativo all’interno delle istituzioni nazionali e sovranazionali.

Da Parigi siamo tornati con l’idea di intercettare le energie del gruppo e di convogliarle su qualcosa di concreto. Ecco perché abbiamo subito cominciato a pensare alla costruzione di un network europeo indipendente di coworking con una filosofia simile alla nostra.

E siccome crediamo nell’importanza dello scambio personale e dell’incontro, anche nell’era delle tecnologie di comunicazione a distanza, abbiamo fatto in modo che almeno alcuni dei responsabili dei coworking europei con i quali ci piacerebbe lavorare in futuro ci raggiungessero per il nostro open day: un’occasione perfetta per scambiare punti di vista e stimoli e per cominciare un percorso insieme.

The Land Game

CoLOMBA (COoperazione LOMBArdia) è l’Associazione delle Organizzazioni di Cooperazione e Solidarietà Internazionale della Lombardia che riunisce più di 100 organizzazioni di cooperazione allo sviluppo e aiuto umanitario con sede in Lombardia. Possono far parte dell’Organizzazione tutte le ONG ed ONLUS con sede legale in Lombardia.

Le organizzazioni di CoLOMBA si impegnano a promuovere la sovranità dei popoli e delle comunità locali nella gestione delle risorse naturali nel rispetto dei diritti umani, e invitano i governi ad agire nei confronti delle imprese responsabili per le violazioni compiute nei paesi più svantaggiati.

Il 2015 è l’Anno internazionale dei suoli. Secondo la FAO un terzo dei terreni mondiali sono degradati a vario titolo. Uno dei fenomeni che negli ultimi anni sta raggiungendo dimensioni preoccupanti è il land grabbing, l’acquisizione, da parte di soggetti privati o da parte di Stati, di vaste zone coltivabili all’estero, per produrre beni alimentari destinati all’esportazione.

Un evento di promozione della cooperazione internazionale ha bisogno di essere semplice e diretto, anche se deve trasmettere contenuti complessi e difficili. Grazie a LAND GAME, il tema del land grabbing è diventato un gioco capace di coinvolgere in maniera diretta gli utenti e di trasmettere un messaggio chiaro ed efficace.